Limiti ai controlli datoriali, equilibrio tra esigenze di vigilanza e tutela dei diritti fondamentali!
La sentenza del 11 dicembre 2025 offre un contributo significativo all’orientamento giurisprudenziale in tema di controlli nel contesto lavorativo e delle relative limitazioni di liceità, confermando principi importanti di equilibrio tra l’esigenza dell’azienda di tutelare il proprio patrimonio e i diritti fondamentali dei lavoratori.
Nel caso concreto, la Cassazione ha affrontato la questione della legittimità di controlli effettuati tramite colleghi o altro personale interno, in assenza di strumenti di controllo a distanza (come videocamere o software di monitoraggio). La Corte ha ritenuto lecita tale attività di osservazione qualora rientri nell’organizzazione aziendale, non configuri uno strumento di controllo a distanza vietato e sia finalizzata alla tutela di beni aziendali, ad esempio per prevenire o verificare comportamenti illeciti come furti o danni alla società.
Questo orientamento evidenzia un punto di equilibrio giuridico molto delicato: da un lato, il datore di lavoro ha interesse a verificare fatti che possano arrecare pregiudizio all’impresa; dall’altro, i lavoratori godono di un insieme di diritti fondamentali, tra cui la protezione della dignità, della riservatezza e della libertà personale, che non possono essere sacrificati arbitrariamente sull’altare della vigilanza. Ad esempio, in materia di accesso alle email aziendali o ai dati nei dispositivi di lavoro, si afferma che ogni controllo deve essere proporzionato, mirato e rispettare le garanzie previste dalla legge e dallo Statuto dei Lavoratori, e che le informazioni raccolte devono essere solo quelle direttamente pertinenti alla verifica di un sospetto fondato.
Il principio di proporzionalità emerge come cardine della legittimità dei controlli: il datore non può adottare misure invasive o generalizzate senza una giustificazione concreta e documentata; analogamente, la possibilità di impiegare mezzi di sorveglianza deve rispettare i limiti posti dalla legge, dai contratti collettivi e dalla contrattazione aziendale. Questo perché l’ordinamento tutela la sfera privata del lavoratore, e qualsiasi ingerenza deve essere bilanciata con la tutela dei diritti costituzionalmente garantiti.
Sul piano pratico, la decisione e le altre pronunce di Cassazione nell’ultimo biennio tracciano un quadro chiaro: controlli conformi alle regole interne e alla normativa sono leciti, ma non possono eccedere il necessario né sfociare in sorveglianza indiscriminata. Ciò richiede spesso un’approfondita informativa preventiva ai lavoratori, politiche interne trasparenti e un fondato sospetto che giustifichi interventi più incisivi.
La liceità dei controlli si fonda sul rispetto dei principi di proporzionalità, pertinenza e finalità lecita, e che le limitazioni normative e contrattuali devono essere attentamente osservate affinché non si arrechino ingiustificate lesioni alla dignità e alla riservatezza del lavoratore.


