Per molti, l’idea di portare un cane, un cavallo o persino un gatto in una stanza di ospedale o in una scuola evoca immagini di sorrisi e carezze. Ma al di là dell’effetto immediato di conforto, cosa può davvero dire la scienza sulla pet therapy? Più di quanto si pensi, e con dati che vanno oltre il semplice benessere emotivo.
La pet therapy — nota anche come terapia assistita con animali (TAA) — non è un’idea recente, ma ha guadagnato terreno negli ultimi decenni, passando dall’essere un concetto affascinante a un campo di studio con solide evidenze scientifiche. Non si tratta solo di animali “da compagnia” che portano allegria: si tratta di interventi strutturati, in cui professionisti sanitari o educativi lavorano insieme ad animali addestrati per raggiungere obiettivi specifici.
Dal battito cardiaco alle aree del cervello
Le ricerche più solide mostrano che la presenza di un animale può avere effetti fisiologici misurabili: riduzione della pressione arteriosa e frequenza cardiaca in persone stressate o ansiose; riduzione dei livelli di cortisolo, l’ormone dello stress; aumento di ossitocina e serotonina, neurotrasmettitori legati a fiducia e sensazioni di benessere
Questi benefici non sono aneddotici o occasionali: diversi studi clinici controllati hanno dimostrato che pazienti esposti regolarmente ad animali addestrati presentano miglioramenti stabili nei parametri fisiologici e psicologici rispetto a gruppi di controllo.
Un esempio emblematico è la risposta del sistema nervoso autonomo: l’interazione con un animale pare favorire l’attivazione del sistema parasimpatico, quello “rilassante”, contrastando l’effetto dello stress cronico. In termini pratici, chi partecipa a sessioni di pet therapy può sperimentare un calo reale e misurabile della tensione corporea, con effetti positivi anche su ansia e stati depressivi lievi.
La terapia non è un gioco: è un intervento mirato
Importante, però, mantenere chiarezza: la pet therapy non è semplicemente portare un animale sul posto di lavoro e sperare che “faccia effetto”. Per produrre benefici duraturi richiede: obiettivi terapeutici chiari, definiti da professionisti; animali selezionati e addestrati, con supervisione comportamentale; operatori formati, che sappiano modulare l’interazione in base al contesto
Questo significa che non tutte le attività con gli animali producono necessariamente un impatto terapeutico significativo. È la struttura dell’intervento, più dell’affetto spontaneo, a fare la differenza.
Dove la pet therapy ha maggiore impatto
La letteratura scientifica individua alcuni ambiti in cui la terapia assistita con animali ha dimostrato benefici particolarmente solidi:
- Neuropsichiatria infantile: miglioramento delle abilità sociali e riduzione dell’ansia in bambini con disturbi dello sviluppo
- Geriatria: stimolazione cognitiva e riduzione dei sintomi depressivi in anziani, soprattutto in contesti di residenze assistenziali
- Riabilitazione fisica: supporto motivazionale e incrementi negli esercizi di mobilità, in particolare con cavalli o cani addestrati
- Salute mentale: diminuzione di stati ansiosi in persone con disturbi d’ansia o stress post-traumatico
Limiti e precauzioni scientifiche
Non tutto è risolto. La ricerca, per quanto avanzata, confronta spesso popolazioni numericamente ridotte o interventi con variabili difficili da isolare. Ecco alcune aree rilevanti di dibattito: standardizzazione degli interventi: protocolli diversi rendono difficile confrontare gli studi; effetto placebo vs effetto reale: quanto il beneficio è dato dall’esperienza stessa e quanto dal contesto? Selezione degli animali: non tutte le specie o individui rispondono allo stesso modo alle sollecitazioni terapeutiche
Nonostante questi limiti, la tendenza è chiara: la pet therapy non è più appannaggio dell’aneddotico, ma sta assumendo un ruolo sempre più definito e regolamentato all’interno dei percorsi terapeutici.
La pet therapy funziona perché attiva non solo una risposta emotiva immediata, ma risposte biologiche e psicologiche osservabili e misurabili. Il lavoro futuro della scienza sarà quello di raffinare i protocolli, definire linee guida condivise e integrare sempre più questi percorsi nel sistema sanitario e educativo.


