Dopo un negoziato lungo oltre un quarto di secolo, l’intesa commerciale tra Unione europea e Mercosur torna a fermarsi sul più bello. Quando l’approvazione finale sembrava a portata di mano, il Parlamento europeo ha deciso di interrompere l’iter, rimandando il testo alla Corte di giustizia dell’Ue per una valutazione giuridica preventiva.
La scelta dell’Eurocamera è maturata con uno scarto minimo: appena dieci voti hanno consentito di approvare la richiesta di parere legale. Una decisione che congela di fatto qualsiasi possibilità di ratifica in plenaria nel breve periodo, vista la durata dei procedimenti davanti al tribunale di Lussemburgo. Lo stop arriva pochi giorni dopo la firma politica dell’accordo, avvenuta sabato 17 in Paraguay, alla presenza della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dei partner sudamericani.
L’esito del voto ha avuto un’immediata eco fuori dall’emiciclo. A Strasburgo, davanti alla sede del Parlamento, migliaia di agricoltori mobilitati da giorni con i loro trattori hanno accolto la notizia con manifestazioni di entusiasmo, scandendo slogan di vittoria.
Sul piano politico, la decisione rappresenta un duro colpo per la Commissione Ue, proprio mentre Bruxelles aveva sollecitato compattezza interna di fronte alle pressioni internazionali e alle minacce commerciali attribuite a Donald Trump.
Il voto ha avuto riflessi evidenti anche sul fronte italiano, dove ha attraversato trasversalmente schieramenti di maggioranza e opposizione. La richiesta di rinvio ha incassato il sostegno della Lega, di Alleanza Verdi e Sinistra e dell’intera delegazione del Movimento 5 Stelle, neutralizzando di fatto la recente apertura favorevole al Mercosur di Fratelli d’Italia. Sul fronte opposto, insieme a FdI, si sono schierati Forza Italia e Partito democratico. Al termine dello scrutinio, i pentastellati hanno parlato apertamente di “vittoria degli agricoltori e sconfitta del duo von der Leyen-Meloni”. Di segno opposto le reazioni del Pd: per Dario Nardella lo stop rappresenta “un’occasione persa”, giudizio condiviso anche da Brando Benifei, che ha espresso “profondo rammarico”. Più prudente la posizione di Fratelli d’Italia, che ha sottolineato come il testo sia “migliorato rispetto al passato” e che ora sarà necessario lavorare affinché “i risultati raggiunti non vengano messi in discussione da questo voto”.
A determinare l’arresto dell’intesa è stato un fronte eterogeneo, capace di superare le tradizionali divisioni tra gruppi politici. Decisivo il peso degli eurodeputati di Francia, Romania, Polonia e Grecia, in larga parte favorevoli al rinvio. A sostenere l’accordo, votando contro il ricorso alla Corte, sono stati soprattutto i rappresentanti di Italia, Germania e Spagna.
Ne escono indeboliti i grandi gruppi europei (Ppe, socialisti, liberali, Ecr) che contano defezioni. A risultare compatti sono stati solo gli schieramenti agli estremi: la Sinistra Ue e i Patrioti, entrambi fermamente contrari all’accordo.
Ora il confronto si sposta sull’eventuale ricorso alla clausola di applicazione provvisoria prevista dal trattato. Per il Ppe questa resta la strada da percorrere in attesa del pronunciamento della Corte. Una linea sostenuta anche dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, che da Berlino ha definito “deplorevole” la decisione del Parlamento europeo e ha invitato a proseguire. Ma l’ipotesi di un’applicazione anticipata rischia di aprire un nuovo scontro politico. Sinistra e sovranisti hanno già annunciato battaglia: i Socialisti parlano di un “conflitto istituzionale enorme”, la Sinistra Ue definisce la prospettiva “uno scandalo”, mentre il leghista Paolo Borchia denuncia “una forzatura, non la prima di Ursula von der Leyen”.


