Con l’adozione sempre più diffusa dell’intelligenza artificiale nei servizi digitali della vita quotidiana, la privacy dei dati personali è diventata un tema centrale nel dibattito pubblico, normativo e tecnologico. L’IA trasforma abitudini, relazioni e processi economici, ma la sua capacità di raccogliere, analizzare e utilizzare informazioni sensibili espone individui e società a rischi concreti. Comprendere questi rischi e il quadro regolatorio che li disciplina è fondamentale per valutare fino a che punto la tecnologia sta ridefinendo la tutela dei dati in un mondo digital tech.
Il ruolo dei dati nell’IA
Le tecnologie di intelligenza artificiale si basano su grandi quantità di dati per “imparare” e ottenere risultati predittivi o generativi. Questi dati possono includere informazioni personali come comportamento online, immagini, testi, dati biometrici e persino dettagli sanitari. La raccolta e l’uso di tali informazioni senza trasparenza o controllo esplicito da parte degli utenti possono violare principi fondamentali della protezione dei dati, come la limitazione delle finalità e la minimizzazione dei dati raccolti. I dati necessari per addestrare modelli di intelligenza artificiale sono spesso raccolti tramite tecniche come il web scraping di contenuti online o attraverso partnership commerciali che coinvolgono la condivisione di dataset tra aziende tecnologiche. Anche quando i dati appaiono “pubblici”, il loro impiego in sistemi IA può violare principi di tutela previsti dal GDPR e altre normative sulla privacy.
Rischi concreti per la privacy
Una delle principali criticità legate all’uso dell’IA è la possibilità che sistemi apparentemente innocui raccolgano e analizzino informazioni in modo invasivo. Sistemi di sorveglianza basati su IA, quali riconoscimento facciale o monitoraggio comportamentale, possono portare a forme di profilazione approfondita degli utenti senza consenso informato. In ambito medico, ad esempio, l’uso di assistenti virtuali o strumenti di diagnostica basati su IA implica l’elaborazione di dati sanitari estremamente sensibili. Anche se tali sistemi possono migliorare l’efficienza delle prestazioni, rischiano di esporre informazioni personali qualora non siano adottate robuste misure di sicurezza o se i dati vengono gestiti senza chiare garanzie di riservatezza. Secondo esperti, condividere dati sanitari con chatbot non coperti da specifiche normative di settore può risultare pericoloso per la tutela della privacy. Un altro caso rappresentativo riguarda l’uso di chatbot e assistenti digitali che conservano cronologie di conversazioni, input e preferenze degli utenti. La memorizzazione massiva di tali informazioni, se non correttamente anonimizzata, aumenta il rischio di esposizione in caso di violazioni o attacchi informatici, con conseguente possibile diffusione dei dati sul dark web o ad attori non autorizzati.
Regolamenti e quadro giuridico
La risposta normativa alla sfida dell’IA in relazione alla privacy è articolata e in evoluzione. In Europa, il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) rappresenta ancora il principale riferimento per la protezione dei dati personali. Questo quadro impone che ogni trattamento di dati sia lecito, trasparente e limitato allo scopo dichiarato, con obblighi di sicurezza e responsabilità per i titolari del trattamento. A questo si affianca il AI Act, entrato in vigore nel 2024, che mira a disciplinare l’uso dell’intelligenza artificiale in modo armonizzato in tutta l’Unione Europea. Il regolamento assegna particolare rilievo alla tutela dei dati personali nei sistemi ad “alto rischio”, richiedendo trasparenza algoritmica, supervisione umana e misure adeguate di conformità per ridurre potenziali violazioni dei diritti fondamentali. In Italia, oltre alle regole europee, la normativa nazionale ha integrato ulteriori obblighi di trasparenza e controllo per l’uso dell’IA nei servizi pubblici e privati, come previsto dalla Legge n.132/2025, che introduce registri nazionali degli algoritmi e un quadro più stringente di supervisione.
Nonostante l’assetto regolatorio, le proposte di modifica del Digital Services Act e di altri strumenti europei hanno suscitato critiche, con l’accusa di un possibile indebolimento delle protezioni penali e della trasparenza nell’uso dei dati per l’addestramento dei modelli di IA. Secondo osservatori di diritti digitali, tali modifiche potrebbero facilitare l’uso di dati personali senza un consenso adeguato.
Esempi di contenziosi e sanzioni
Il tema della privacy nell’intelligenza artificiale non è puramente teorico: autorità di controllo europee hanno già adottato misure sanzionatorie contro società tecnologiche. Nel 2025 il Garante per la protezione dei dati personali in Italia ha multato lo sviluppatore del chatbot Replika per milioni di euro, ritenendo che mancassero basi legali per il trattamento dei dati degli utenti e sistemi adeguati di verifica dell’età per tutelare i minori.
Anche in altri Paesi, le autorità di privacy stanno indagando su come i modelli di IA vengono addestrati e su possibili violazioni del GDPR, evidenziando l’importanza di conformarsi non solo alle regole di protezione dei dati, ma anche di comunicare in modo trasparente agli utenti l’uso delle loro informazioni.
Verso un equilibrio tra innovazione e tutela della privacy
La diffusione dell’intelligenza artificiale nella sfera digitale comporta vantaggi concreti per efficienza, personalizzazione dei servizi e innovazione tecnologica. Tuttavia, questi benefici non possono prescindere da un sistema di garanzie che metta al centro la tutela dei diritti degli individui. Per mantenere la fiducia degli utenti e rispettare i principi di privacy e trasparenza, è necessario che aziende e istituzioni adottino pratiche di protezione dei dati robuste, accompagnate da strumenti di controllo etico e da una cultura digitale consapevole. In un contesto in cui le tecnologie digital tech sono sempre più pervasive, la privacy non può essere un optional, ma deve essere parte integrante della progettazione, dello sviluppo e dell’uso dell’intelligenza artificiale.


