Negli ultimi anni il diritto alla privacy nell’era digitale è diventato uno degli ambiti più complessi e rilevanti del diritto contemporaneo, intrecciandosi con l’evoluzione tecnologica, l’uso dei dati personali da parte di piattaforme digitali e le esigenze di sicurezza pubblica. Le principali corti e autorità giudiziarie europee e nazionali hanno emesso decisioni fondamentali che ridefiniscono i confini della protezione dei dati personali, influenzando direttamente la vita dei cittadini e il modo in cui aziende e istituzioni trattano informazioni sensibili.
Una delle recenti pronunce con effetti di vasta portata in materia di protezione dei dati è la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) del 4 ottobre 2024 nel caso Schrems vs Meta Platforms Ireland, che ha ribadito il principio secondo cui il semplice consenso dell’utente non può giustificare la conservazione dei dati personali a tempo indeterminato, neppure per finalità di pubblicità mirata. La Corte ha sancito che tale pratica costituisce un “interferenza sproporzionata” con i diritti fondamentali alla protezione dei dati, imponendo ai titolari del trattamento l’adozione di meccanismi di cancellazione temporanei e criteri differenziati basati sulla natura delle informazioni trattate. Questa decisione ha implicazioni importanti per tutti i soggetti che operano nel mercato digitale, in quanto richiede non solo trasparenza, ma anche un approccio più rigoroso al trattamento dei dati per finalità commerciali.
Parallelamente, tribunali europei stanno esplorando la nozione ampliata di danno non materiale legato alla protezione dei dati. Una recente decisione della Corte Federale di Giustizia tedesca nel caso Junghans vs Meta ha stabilito che la perdita di controllo sui propri dati personali, anche senza prova di un danno concreto come un danno reputazionale o psicologico evidente, può costituire sufficiente base per un risarcimento. Secondo questa interpretazione, il singolo cittadino può essere risarcito per il semplice fatto che terzi abbiano avuto accesso ai suoi dati senza autorizzazione, anche se non vi sia un danno tangibile dimostrabile. Questa impostazione più favorevole ai diritti degli interessati potrebbe ridefinire il modo in cui le violazioni della privacy vengono giudicate nei tribunali europei, ampliando l’accesso alla tutela giudiziaria per i cittadini.
Il quadro giurisprudenziale europeo si arricchisce inoltre di una decisione recente della autorità di controllo austriaca (DSB) che ha stabilito che Microsoft ha violato il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) installando cookie di tracciamento su dispositivi scolastici senza un adeguato consenso, in violazione della trasparenza richiesta dal diritto europeo. La DSB ha imposto alla società di cessare queste attività di tracciamento sui dispositivi utilizzati da studenti, evidenziando un trend verso una maggiore responsabilizzazione delle grandi piattaforme cloud anche in contesti educativi regolamentati.
In Italia, la disciplina della privacy digitale si sta confrontando con i mutamenti tecnologici attraverso casi giudiziari e interventi delle autorità amministrative. Una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha affrontato il tema dell’accesso ai contenuti delle email personali transitate su reti aziendali nel corso di una vertenza per concorrenza sleale, confermando il principio secondo cui la posta elettronica privata, seppure transitata su infrastrutture aziendali, non può essere utilizzata indiscriminatamente nei procedimenti giudiziari senza l’esplicito consenso dell’interessato. Questa decisione rafforza l’idea che la protezione della privacy si estende anche a comunicazioni digitali che, per ragioni tecniche, intersecano spazi privati e professionali.
A livello europeo, rimane centrale l’equilibrio tra diritto alla privacy e altri diritti fondamentali. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha affrontato anche il bilanciamento tra accesso ai dati e tutela del segreto industriale, in una sentenza di febbraio 2025 che ha sottolineato l’importanza di evitare decisioni che ledano diritto alla riservatezza personale, ribadendo che ogni derogazione alla protezione dei dati deve essere giustificata e proporzionata.
L’attenzione delle autorità non si limita alle sentenze: l’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali in Italia continua a emettere provvedimenti di vigilanza e sanzioni per garantire l’effettività delle norme a tutela dei dati personali. Tra questi, un provvedimento recente del 10 aprile 2025 riguarda la gestione dei procedimenti di opposizione a sanzioni, sottolineando l’importanza di un corretto bilanciamento tra diritti degli interessati e attività ispettiva dell’Autorità.
Queste decisioni mostrano come la disciplina della privacy stia evolvendo rapidamente in risposta alla trasformazione digitale. I tribunali e le autorità di controllo in Europa e in Italia stanno assumendo una posizione sempre più rigorosa nei confronti delle pratiche di trattamento dei dati, imponendo standard più elevati di conformità e responsabilità. Per i cittadini ciò significa una maggiore tutela giuridica dei propri dati personali, ma anche l’emergere di nuove sfide interpretative e applicative per gestire l’equilibrio tra innovazione tecnologica, diritti individuali e interessi collettivi nel mondo digitale.



