Per anni è stata il simbolo di un paradosso: l’animale che rappresenta una nazione potente, gli Stati Uniti, rischiava di scomparire proprio a causa delle attività umane. Oggi, invece, l’aquila di mare testa bianca (Haliaeetus leucocephalus) non è più a rischio di estinzione ed è considerata uno dei più importanti casi di successo nella conservazione della fauna selvatica.
Fino alla metà del Novecento la popolazione di questa grande aquila nordamericana era crollata drasticamente. Le cause erano molteplici: la caccia diretta, la distruzione degli habitat e soprattutto l’uso massiccio del DDT, un pesticida che rendeva fragili i gusci delle uova, impedendo la nascita dei pulcini. Negli anni ’60 negli Stati Uniti restavano appena poche centinaia di coppie nidificanti.
La svolta è arrivata grazie a una combinazione di scelte politiche e scientifiche: il divieto del DDT, l’adozione dell’Endangered Species Act, la protezione dei siti di nidificazione e programmi di reintroduzione mirati. Misure lente, costose e spesso contestate, ma decisive. Nel 2007 l’aquila di mare testa bianca è stata ufficialmente rimossa dalla lista delle specie in pericolo.
Oggi si stimano oltre 300.000 esemplari tra Stati Uniti e Canada. Le aquile sono tornate a nidificare lungo fiumi, laghi e coste, anche in aree da cui erano scomparse da decenni. Un recupero che non è solo numerico, ma anche ecologico: la presenza dell’aquila indica ambienti più sani, acque meno inquinate e catene alimentari più stabili.
La sua storia è una lezione importante anche per il presente. Dimostra che l’estinzione non è sempre un destino inevitabile, ma il risultato – positivo o negativo – delle scelte umane. Allo stesso tempo, ricorda che la tutela non può fermarsi al “lieto fine”: l’aquila di mare testa bianca resta protetta da leggi federali e la perdita di habitat, il piombo nei proiettili da caccia e le collisioni con infrastrutture rappresentano ancora minacce concrete.



