Irresistibilmente cattive. Disobbedienti, complesse, tragiche, potenti, oscure, libere. L’avvicinarsi dell’8 marzo diventa un’occasione ghiotta per parlare di “malvagità” femminile: un tema affascinante di cui il mito, la letteratura, il cinema e la musica ci offrono esempi luminosi e intriganti.
Partiamo da Eva: prima donna e prima ribelle secondo la Bibbia. Tentata dal serpente, trasgredisce al divieto divino mangiando il frutto dell’albero della conoscenza, come si legge nel libro della Genesi (3,6): «Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiarsi, seducente per gli occhi e attraente per avere successo; perciò prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò.» Le conseguenze furono l’esilio dal paradiso terrestre, il peccato e la morte. Ma, anche se Eva sarà costretta a pentirsene, proviamo simpatia nei confronti di questo suo gesto di emancipazione contro l’autorità maschile (e contro l’autorità in generale) rappresentata da Dio. Per secoli verrà additata come l’unica colpevole, sebbene sia evidente la complicità di Adamo.
Passando alla mitologia greca, troviamo due eroine tragiche dal fascino innegabile: Medea e Clitemnestra. Le loro azioni sono orribili perché la prima uccide i suoi stessi figli mentre la seconda uccide il marito. Ma queste azioni nascono dalla profonda sofferenza provata sia dall’una che dall’altra per l’ingiusto comportamento maschile (Giasone tradisce Medea dopo averla sedotta per conquistare il Vello d’oro; Agamennone sacrifica la figlia Ifigenia e abbandona per 10 lunghi anni Clitemnestra, che giustamente si consola con Egisto).
Un salto temporale ci porta nel fantasioso Medioevo ariostesco delle dame e dei cavalieri, delle armi e degli amori. Angelica, la fanciulla saracena che fa strage di cuori nel poema “Orlando furioso”, di angelico ha solo il nome e l’aspetto. Angelica fugge, rifiutando di diventare il trofeo dei suoi valorosi corteggiatori e preferendo infine Medoro, un semplice fante saraceno di modeste abilità guerriere. Un grande esempio di indipendenza e uno schiaffo al “machismo” ante litteram.
Da un Medioevo più realistico ma altrettanto maschilista sboccia Lady Macbeth, il “fiore del male” shakespeariano. Ambiziosa, manipolatrice, machiavellica, pronta a tutto pur di diventare regina, spinge il marito al regicidio. Una dark lady estremamente complessa e affascinante nella sua insaziabile brama di potere. Potente anche nelle sue varie versioni per il grande schermo.
A proposito di cinema e di brama di potere senza limiti, chi non ha avuto una cotta infantile per la Regina Cattiva nel capolavoro Disney “Biancaneve e i sette nani” del 1937, tratto dalla favola dei fratelli Grimm? Crudele, vanitosa e assetata di sangue. Un concentrato di “cattiveria chic” cui è impossibile resistere. E anche se nella storia Biancaneve ha la meglio (non perché sia più scaltra ma grazie all’intervento del principe), sarà lei a dominare l’immaginario collettivo con il suo fascino perverso, prendendosi la rivincita sulla passiva, noiosa e stucchevole principessina.
Infine, per concludere in bellezza, un esempio dalla musica: Bocca di rosa, la protagonista della celebre ballata di De André. Contrariamente a quello che un ascolto superficiale sembrerebbe suggerire, Bocca di rosa non è una prostituta, ma una donna libera che sceglie di vivere la propria sessualità in modo libero e passionale. Viene detto a chiare lettere: «C’è chi l’amore lo fa per noia/ chi se lo sceglie per professione/ Bocca di rosa né l’uno né l’altro/ lei lo faceva per passione.»
Bocca di rosa rappresenta così la libertà individuale. Rappresenta chiunque nella vita scelga di seguire le proprie passioni e che per questo si deve scontrare con la grettezza, il bigottismo e l’ipocrisia della gente.
Gli archetipi femminili fin qui esplorati si sono imposti nell’immaginario grazie al coraggio delle loro scelte. Sono donne che agiscono in base a delle decisioni precise, rifiutando il ruolo passivo e docile in cui il patriarcato tenta di imprigionarle e rivendicando così la propria complessità. Per questo le amiamo.






