“Ottantasette tribunali italiani sull’orlo della chiusura”. È il dato che emerge da un’analisi basata sulla proposta dell’Associazione Nazionale Magistrati, che individua come soglia minima per la sopravvivenza degli uffici giudiziari almeno 30 giudici o 10 pubblici ministeri. Applicando questo criterio alla pianta organica del Ministero della Giustizia (D.M. 14 settembre 2020), su 139 tribunali esaminati, ben 87 – pari al 63% – risulterebbero a rischio soppressione.
“Non è un’ipotesi teorica, ma un calcolo aritmetico”, si legge nell’analisi firmata dall’avvocato Antonello Talerico. “Applicando i parametri indicati, quasi due tribunali su tre non supererebbero la soglia minima e verrebbero accorpati alle sedi maggiori, già fortemente congestionate”.
Tagli diffusi, ma il Sud resta il più colpito
La distribuzione dei possibili tagli appare disomogenea e colpisce soprattutto le aree periferiche del Paese. Nel Mezzogiorno continentale sarebbero circa 20 i tribunali destinati a scomparire, mentre nelle Isole si stimano almeno 15 soppressioni. A rischio anche presidi in territori delicati sotto il profilo della criminalità organizzata.
“È una riduzione geograficamente selettiva, che incide proprio dove la presenza dello Stato dovrebbe essere più forte”, osserva Talerico. Tra le sedi citate figurano numerosi tribunali tra cui Vallo della Lucania e Lagonegro, segnalate tra quelle potenzialmente sotto soglia.
Il fenomeno non risparmia il Centro e il Nord: sarebbero 21 le sedi a rischio nelle regioni centrali e 32 in quelle settentrionali. “Il dato dimostra che il problema non è la qualità degli uffici, ma la carenza di organico”, sottolinea l’analisi.
Il nodo organici e carenze strutturali
Secondo i dati riportati, molti tribunali risultano sotto soglia non per dimensioni strutturali, ma per la mancata copertura dei posti disponibili. “L’Italia ha 11,8 magistrati ogni 100mila abitanti contro una media europea di 17,6. Ogni pubblico ministero gestisce in media 1.192 fascicoli l’anno, a fronte dei 204 in Europa”, evidenzia Talerico.
“La soluzione è assumere magistrati, non chiudere tribunali. Se un ufficio è sotto organico, il problema non è l’ufficio ma la politica delle assunzioni”, afferma.
Il precedente del 2012 e il tema antimafia
L’analisi richiama anche la riforma della geografia giudiziaria del 2012 (d.lgs. 155/2012), quando il Parlamento decise di mantenere aperti alcuni tribunali per ragioni legate al contrasto alla criminalità organizzata.
“Allora si scelse di salvaguardare presìdi fondamentali nei territori più esposti. Oggi si propone di applicare un criterio numerico puro, senza considerare il contesto”, si legge. Un esempio citato è quello di Locri, “tribunale altamente esposto alla presenza della ’ndrangheta”, che rischierebbe per carenza di pubblici ministeri.
“Chiudere questi uffici significherebbe trasferire procedimenti complessi verso sedi già sovraccariche. È davvero efficienza o un indebolimento della risposta giudiziaria?”, si chiede Talerico.
“Si cancella la giustizia di prossimità”
Nel mirino anche l’ipotesi di una maggiore interscambiabilità tra giudici e pubblici ministeri. “Meno tribunali sul territorio e maggiore mobilità tra le funzioni disegnano un sistema più concentrato e meno radicato”, osserva l’avvocato.
“Il principio di terzietà del giudice non può diventare negoziabile. Il cittadino ha diritto a sapere che chi lo giudica non ha svolto per anni il ruolo di pubblico ministero nello stesso contesto”, aggiunge.
L’appello
“La giustizia italiana ha bisogno di più risorse, non di meno presìdi”, conclude Talerico. “Quei tribunali non sono un lusso: sono lo Stato nei territori. Chiuderli significa cancellare la giustizia di prossimità e lasciare intere aree del Paese più distanti dalle istituzioni”.











