Dalle formiche che curano le ferite dei compagni agli scimpanzé che utilizzano piante e insetti: la scienza sta scoprendo comportamenti animali sempre più sorprendenti
Quando pensiamo alla medicina immaginiamo ospedali, farmaci, medici e veterinari. In natura, però, esistono animali che adottano comportamenti che ricordano, almeno in parte, vere e proprie strategie di cura.
Alcune specie utilizzano sostanze presenti nell’ambiente per contrastare parassiti o disturbi. Altre intervengono direttamente sulle ferite di un altro individuo. E in alcuni casi gli animali sembrano persino essere in grado di distinguere una ferita non infetta da una che necessita di un trattamento più specifico.
La ricerca scientifica parla in questi casi di automedicazione animale, un campo di studio spesso indicato con il termine zoofarmacognosia. Ma attenzione: non significa attribuire agli animali la conoscenza della medicina umana. Significa osservare comportamenti ripetuti e valutare, attraverso esperimenti e analisi biologiche, se possano avere una reale funzione terapeutica.
Le formiche che curano i compagni feriti
Uno degli esempi più sorprendenti arriva dal mondo degli insetti.
La formica africana Megaponera analis, conosciuta anche per le sue incursioni contro le termiti, può riportare ferite durante i combattimenti. Uno studio pubblicato nel 2023 ha mostrato che le formiche della colonia sono in grado di riconoscere quando una ferita è infetta e di intervenire applicando sulle lesioni sostanze antimicrobiche prodotte dalle proprie ghiandole.
Il risultato è particolarmente interessante: nei test effettuati dai ricercatori, il trattamento delle ferite infette ha ridotto la mortalità degli individui colpiti del 90%. Le formiche sembrerebbero inoltre distinguere le ferite infette da quelle non infette sulla base di modificazioni chimiche presenti sulla superficie del corpo.
Non si tratta quindi semplicemente di “pulire” una ferita. La colonia sembra mettere in atto una risposta mirata contro il rischio di infezione.
Gli scimpanzé cercano piante quando stanno male?
Tra gli animali più studiati per i comportamenti di automedicazione ci sono gli scimpanzé.
Da diversi decenni i ricercatori osservano esemplari selvatici ingerire alcune piante in circostanze particolari, comprese specie o parti di piante che non sembrano avere un grande valore nutrizionale.
Una revisione scientifica ha individuato 575 specie vegetali associate a possibili comportamenti di automedicazione in 25 specie di primati. I comportamenti descritti comprendono l’ingestione di foglie o altre parti delle piante, lo sfregamento di sostanze sul pelo e persino l’utilizzo di materiali vegetali per modificare l’ambiente del nido.
La questione, però, è più complessa di quanto possa sembrare. Non ogni pianta ingerita da uno scimpanzé è automaticamente una “medicina”. Per questo gli scienziati confrontano il comportamento degli animali con le proprietà chimiche delle piante e con le condizioni di salute degli individui osservati.
Una ricerca del 2024 ha analizzato proprio questo comportamento
Nel 2024 uno studio condotto nella foresta di Budongo, in Uganda, ha cercato di capire meglio se gli scimpanzé scelgano deliberatamente alcune piante quando hanno problemi di salute.
I ricercatori hanno osservato due comunità di scimpanzé e raccolto campioni di 17 piante associate a comportamenti considerati potenzialmente legati all’automedicazione. Successivamente hanno analizzato in laboratorio le proprietà farmacologiche dei materiali vegetali.
I risultati hanno individuato composti bioattivi potenzialmente rilevanti per diversi disturbi. Gli stessi autori, tuttavia, sottolineano che è necessario valutare caso per caso se il consumo di una determinata pianta rappresenti davvero un atto intenzionale di automedicazione oppure un’assunzione alimentare che produce incidentalmente un effetto benefico.
È una distinzione importante: la scienza osserva il comportamento, ma non può automaticamente attribuire all’animale un’intenzione umana.
Quando una pianta diventa una “medicina”
Tra i comportamenti più studiati negli scimpanzé c’è l’ingestione di alcune foglie intere.
Uno studio sperimentale ha mostrato che questo comportamento può essere influenzato anche dall’apprendimento sociale: alcuni scimpanzé che inizialmente rifiutavano determinate foglie hanno iniziato a ingerirle dopo aver osservato altri membri del gruppo.
In altre parole, parte delle conoscenze che aiutano gli animali a sfruttare l’ambiente potrebbe non essere soltanto individuale, ma anche trasmessa all’interno del gruppo.
È un aspetto particolarmente affascinante perché introduce un concetto simile, pur senza sovrapporlo alla cultura umana: un comportamento utile può essere osservato, appreso e ripetuto da altri individui.
Anche gli oranghi sembrano utilizzare sostanze naturali sulle ferite
Nel 2024 è stato descritto anche un caso particolarmente raro riguardante un orango di Sumatra.
Dopo aver riportato una ferita al volto, l’animale è stato osservato mentre selezionava le foglie di una liana, le masticava e applicava ripetutamente il materiale sulla ferita, arrivando infine a coprirla con le foglie.
I ricercatori hanno analizzato la pianta utilizzata e hanno rilevato sostanze biologicamente attive, tra cui composti con potenziali proprietà antibatteriche e antinfiammatorie. Lo studio considera il comportamento come il primo caso sistematicamente documentato di trattamento attivo di una ferita con una pianta biologicamente attiva in un animale selvatico di questa specie.
Anche in questo caso, però, è fondamentale non trasformare un’osservazione scientifica in una certezza assoluta sulle intenzioni dell’animale.
E c’è chi usa addirittura gli insetti
Il capitolo più curioso riguarda forse gli scimpanzé che applicano insetti sulle ferite.
Uno studio pubblicato nel 2025 ha documentato questo comportamento in scimpanzé orientali del Parco nazionale di Kibale, in Uganda. I ricercatori hanno osservato sei individui applicare insetti volanti sulle proprie ferite; in un caso l’insetto è stato applicato sulla ferita di un altro scimpanzé.
Il significato esatto del comportamento non è ancora chiaro.
Gli autori ipotizzano che possano essere coinvolti diversi meccanismi, tra cui la selezione degli insetti, l’apprendimento sociale e un comportamento di aiuto verso un altro individuo. Serviranno ulteriori osservazioni per capire se e quali effetti terapeutici possano effettivamente avere gli insetti utilizzati.
Non è sempre automedicazione: gli animali possono anche aiutarsi
Il “pronto soccorso” animale non riguarda soltanto il fatto che un individuo si curi da solo.
In diverse specie sono stati osservati comportamenti di assistenza verso altri membri dello stesso gruppo. La ricerca sul comportamento sociale dei mammiferi ha documentato forme di aiuto spontaneo nei confronti di individui in difficoltà.
Il caso delle formiche è particolarmente significativo perché l’intervento può avere una conseguenza concreta sulla sopravvivenza del compagno ferito.
Questo porta a una domanda affascinante: quanto è importante la cooperazione nella cura delle ferite nel mondo animale?
La risposta varia enormemente da specie a specie e richiede ulteriori studi, ma una cosa è certa: il comportamento animale è molto più complesso di quanto suggerisca l’idea di una semplice lotta individuale per la sopravvivenza.
La natura come laboratorio
Lo studio dell’automedicazione animale interessa gli zoologi, ma anche altre discipline scientifiche.
Se un animale seleziona ripetutamente una pianta in determinate condizioni e quella pianta contiene molecole biologicamente attive, i ricercatori possono approfondire il fenomeno per capire quali sostanze siano responsabili degli effetti osservati.
Questo non significa che una pianta utilizzata da un animale possa essere automaticamente utilizzata come rimedio dall’uomo. Prima di arrivare a qualsiasi applicazione medica sono necessari studi farmacologici, tossicologici e clinici.
La ricerca sull’automedicazione animale può però aiutare a individuare nuove molecole e nuove piste di ricerca. È uno dei motivi per cui gli scienziati continuano a studiare le interazioni tra animali, piante e microrganismi.
Il vero “pronto soccorso” è ancora tutto da scoprire
Formiche che trattano le infezioni dei compagni, scimpanzé che selezionano piante particolari, oranghi che applicano materiale vegetale sulle ferite e primati che utilizzano insetti: la natura offre esempi sorprendenti di comportamenti che sembrano avere una funzione terapeutica.
Ma la parte più interessante è forse proprio quella che ancora non conosciamo.
Gli animali non hanno ospedali, farmacie o manuali di medicina. Eppure alcune specie sembrano aver sviluppato, attraverso evoluzione, apprendimento e comportamento sociale, strategie per affrontare malattie, parassiti e ferite.
La ricerca sta appena iniziando a comprendere quanto siano diffuse queste strategie e quanto siano sofisticate.







