La fiction A testa alta, andata in onda ieri e interpretata da Sabrina Ferilli, ha avuto il merito di portare in prima serata un tema ancora troppo spesso rimosso o banalizzato: il revenge porn, che non è uno “scandalo online”, ma una forma di violenza profonda, sistemica, che colpisce la persona nella sua identità, nella reputazione, nelle relazioni e nella possibilità stessa di continuare a vivere una vita normale.
Il revenge porn, che tecnicamente è definito come diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso della persona ritratta, nasce quasi sempre da un abuso di fiducia. Relazioni sentimentali, matrimoni, legami affettivi diventano il terreno su cui si consuma una vendetta che sfrutta la potenza distruttiva della rete. Una volta pubblicato, il contenuto diventa incontrollabile: viene condiviso, salvato, rilanciato, commentato. La violenza diventa una moltiplicazione infinita del danno.
La forza del racconto televisivo sta proprio qui: mostrare che la vera ferita non è solo l’esposizione dell’intimità, ma il giudizio sociale che ne segue. Le vittime vengono spesso colpevolizzate, isolate, considerate “responsabili” di ciò che hanno subito. È una violenza che si alimenta di stereotipi culturali, sessismo e ipocrisia, dove l’immagine rubata diventa una condanna pubblica e permanente.
In Italia il revenge porn è reato dal 2019 (articolo 612-ter del Codice Penale), con pene severe. Ma la legge, da sola, non basta. I numeri raccontano una realtà in crescita, favorita dalla velocità dei social, dall’anonimato e da una cultura digitale ancora immatura. Denunciare è difficile: per paura, per vergogna, per il timore di non essere creduti o di subire ulteriori umiliazioni.
A testa alta riesce a fare ciò che spesso manca al dibattito pubblico: restituire umanità alle vittime. Racconta il dolore, ma anche la possibilità di reagire, di esporsi, di chiedere giustizia senza abbassare lo sguardo. Non eroismo, ma dignità. Non vittimismo, ma consapevolezza.


