Nel 2025 oltre 21mila detenuti hanno lavorato in modo continuativo. Il Ministero punta a rafforzare formazione e occupazione e avvia un’analisi per misurare il rapporto tra lavoro e recidiva. Il CNEL: per chi ha un lavoro la recidiva può scendere fino al 2%
Un lavoro durante la detenzione può diventare uno degli strumenti per preparare il ritorno nella società. Non soltanto per occupare il tempo trascorso in carcere, ma per acquisire competenze, costruire un’esperienza professionale e mantenere un rapporto con il mondo esterno. È su questa funzione del lavoro penitenziario che il Ministero della Giustizia sta concentrando una parte delle politiche per il reinserimento, mentre una specifica attività di analisi punta a verificare quanto l’inserimento lavorativo sia effettivamente associato a una riduzione della recidiva.
L’atto di indirizzo del Ministero per il 2026 definisce il lavoro come la principale forma di trattamento penitenziario, insieme allo studio, ai rapporti con il mondo esterno e alle attività culturali, ricreative e sportive. Nello stesso documento il Ministero indica un progetto, nell’ambito del Piano triennale di analisi e valutazione della spesa 2025-2027, dedicato proprio alle politiche per l’inserimento lavorativo dei detenuti, con l’obiettivo di valutarne la capacità di ridurre il rischio di recidiva attraverso il reinserimento sociale.
Oltre 21mila detenuti al lavoro
I dati dell’Amministrazione penitenziaria fotografano una realtà nella quale il lavoro è già una componente importante della vita carceraria.
Al 30 giugno 2025 erano 21.354 i detenuti lavoratori in modalità continuativa, di cui 20.132 alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria e 3.350 alle dipendenze di soggetti terzi, secondo la relazione del Ministero della Giustizia sull’anno giudiziario 2026. Il lavoro all’esterno è inoltre cresciuto del 15% rispetto al 2023, passando da 1.860 a 2.135 persone.
La fotografia più recente disponibile del Ministero, riferita al 31 dicembre 2025, consente di distinguere anche le diverse forme di impiego. Una parte dei detenuti lavora nei servizi dell’istituto, nelle manutenzioni o nelle lavorazioni gestite dall’Amministrazione; altri lavorano per imprese o cooperative e, in determinati casi, all’esterno del carcere.
Per il Ministero, però, il punto non è soltanto aumentare il numero degli occupati. Il lavoro dovrebbe essere professionalizzante e collegato alle competenze richieste dal mercato, così da rendere più concreto il passaggio dalla detenzione alla vita lavorativa dopo la scarcerazione.
La domanda sulla recidiva
Il nodo centrale è capire se e quanto il lavoro contribuisca a ridurre il rischio che una persona torni a commettere reati dopo la detenzione.
Il CNEL, nell’ambito del programma Recidiva Zero, ha riportato una forte differenza tra i tassi di recidiva dei detenuti che lavorano e quelli della popolazione detenuta nel suo complesso. Secondo i dati presentati dall’organismo, la recidiva può scendere fino al 2% tra le persone che hanno avuto un inserimento professionale, a fronte di una stima intorno al 70% per la popolazione detenuta considerata.
Il dato è stato ripreso dal CNEL anche nelle iniziative successive sul tema, compreso il programma sviluppato insieme al Ministero della Giustizia.
Ma la differenza statistica non consente, da sola, di concludere che sia il lavoro l’unica causa della minore recidiva. Chi riesce ad accedere a un’occupazione può infatti presentare caratteristiche differenti rispetto a chi non lavora: condizioni personali, tipo di percorso penitenziario, livello di istruzione, durata della pena, possibilità di accedere a misure alternative e altri fattori possono incidere sul risultato.
È proprio per questo che il Ministero ha previsto un’analisi specifica per valutare la capacità delle politiche di inserimento lavorativo di ridurre il rischio di recidiva.
Non tutto il lavoro è uguale
Un altro elemento riguarda la qualità dell’occupazione.
La legge sull’ordinamento penitenziario considera il lavoro uno degli elementi del trattamento rieducativo e stabilisce che, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato sia assicurata un’occupazione. Il Ministero precisa che il lavoro penitenziario non è obbligatorio, non ha carattere afflittivo e deve favorire l’acquisizione di una formazione professionale adeguata al mercato.
La stessa Amministrazione penitenziaria ha sottolineato nel 2026 che il lavoro può essere realmente uno strumento di reinserimento quando presenta caratteristiche professionalizzanti, formative e qualificanti. La circolare del 5 marzo 2026 sull’applicazione della legge Smuraglia richiama inoltre la necessità di rendere misurabili e verificabili i risultati dei percorsi lavorativi.
Il lavoro può svolgersi alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria oppure di imprese e cooperative. Per favorire l’assunzione da parte di soggetti esterni esiste la cosiddetta legge Smuraglia, che prevede agevolazioni fiscali e contributive per i datori di lavoro che assumono detenuti e internati nel rispetto delle condizioni previste dalla normativa.
L’incentivo alle imprese
Nel 2025, secondo i dati del Ministero, sono stati assegnati 19,15 milioni di euro sul capitolo destinato alle agevolazioni della legge Smuraglia. Le richieste sono aumentate di circa il 20% rispetto all’anno precedente, mentre gli importi di sgravio fiscale autorizzati sono cresciuti di circa il 15%.
L’obiettivo è rendere più facile il collegamento tra carcere e mercato del lavoro. Per il Ministero, la collaborazione con imprese private e cooperative sociali permette infatti di offrire professionalità concretamente spendibili anche dopo la fine della pena.
Nel marzo 2026 il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha inoltre emanato nuove linee guida sulla legge Smuraglia, dopo avere individuato nel 2025 alcune criticità e prassi non corrette nell’applicazione della normativa.












