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10 Marzo 2026
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“Ce l’hanno con me”: quanto paga il vittimismo in politica?

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“Ce l’hanno con me”: quanto paga il vittimismo in politica?

Chi amministra o governa comunica sempre un’immagine di sé. Non è solo una questione di carattere o temperamento personale, ma di stile narrativo.

C’è l’amministratore risolutivo, quello tecnico, quello visionario. E poi c’è il vittimista, colui che costruisce il proprio racconto pubblico attorno a un messaggio semplice e ricorrente: “ce l’hanno tutti con me”. In comunicazione politica il vittimismo è una leva potente, e proprio per questo pericolosa. Non nasce come sfogo emotivo davanti alle critiche, ma come strategia consapevole, pensata e messa in scena per orientare il consenso e governare il conflitto.

I vantaggi immediati del vittimismo

Presentarsi come perseguitati, ostacolati o ingiustamente attaccati consente di ottenere alcuni vantaggi comunicativi immediati:

1. Ottenere empatia e solidarietà

Chi percepisce un’ingiustizia tende istintivamente a “ripararla”, è un meccanismo semplice quasi primordiale. Così nasce un gruppo coeso attorno all’amministratore “bersaglio”, un noi che si stringe a difesa di chi si racconta come vittima.

2. Spostare l’attenzione

Il discorso pubblico scivola dal merito delle decisioni alla ricerca del colpevole di turno, dal “cosa è stato fatto” a “chi ci ha impedito di fare di più”: i media, l’opposizione, la burocrazia, i cittadini critici, talvolta persino fattori esterni e incontrollabili.

3. Polarizzare il dibattito

“Noi perseguitati” contro “loro oppressori” è una contrapposizione che rafforza la fedeltà interna e riduce lo spazio per le critiche quindi chi contesta viene automaticamente collocato nel campo degli aggressori.

4. Ottenere una licenza morale

Quando un amministratore riesce a farsi percepire come vittima, gli si perdona tutto e errori, incoerenze ed eccessi diventano più tollerabili. Il confronto sui contenuti e sui programmi si restringe al terreno dell’emotività.

I limiti e i rischi del vittimismo

Questa strategia funziona soprattutto nel breve periodo. All’inizio genera empatia, poi rischia di stancare e se non è sostenuta da credibilità, capacità amministrativa e visione, finisce per logorare chi la utilizza. Il rischio è che l’amministratore smetta di apparire come guida e inizi a sembrare il commentatore permanente del proprio disagio. Inoltre, chi costruisce consenso solo sulla contrapposizione è costretto a trovare continuamente nuovi nemici per mantenere alta l’attenzione. Il conflitto diventa fine a se stesso, e il consenso evapora non appena il clima si normalizza.

La contro-strategia comunicativa

Esiste una contro-strategia a questo stile comunicativo? Sì, ed è anche la più efficace: cambiare il frame. Non entrare nel registro vittimistico, non rispondere sul piano emotivo ma riportare costantemente la discussione su fatti, dati, responsabilità e competenze. Spostare il centro della scena proprio su ciò da cui il vittimismo cerca di distrarre.

Perché in politica si possono anche ottenere applausi recitando la parte della vittima ma la fiducia si costruisce solo restando lucidi e parlando di ciò che conta davvero, vale a dire le scelte e le conseguenze.

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