La notizia che l’Iran avrebbe effettivamente chiuso lo Stretto di Hormuz dopo gli attacchi compiuti dagli Stati Uniti e da Israele è arrivata nei bollettini di oggi. I Pasdaran, l’organo militare della Repubblica Islamica, hanno dichiarato il transito marittimo “non più sicuro” e bloccato, secondo media locali. (ANSA)
Questo stretto di mare, largo poche decine di chilometri tra l’Iran e l’Oman, è uno dei punti nodali del commercio globale di energia: vi transita circa un quinto del petrolio consumato nel mondo e una quota significativa del gas naturale liquefatto (GNL).
La chiusura – anche solo temporanea – della via di passaggio più strategica per il petrolio e il gas avrebbe un impatto diretto sui prezzi dell’energia. Secondo analisti economici e banche d’affari, i mercati reagirebbero immediatamente con un aumento dei prezzi del greggio, potenzialmente sopra i 100 dollari al barile, e forti pressioni inflazionistiche.
Per l’Italia, che importa una quota significativa di carburanti, energia e materia prima petrolifera dall’estero, questo si tradurrebbe in aumenti nei costi di benzina, gasolio e gas per uso domestico e industriale; crescenti prezzi delle bollette energetiche, con un ulteriore effetto sull’inflazione al consumo; aumento dei costi di produzione e trasporto, che graverebbero su beni e servizi.
Già in precedenti momenti di tensione geopolitica, con la minaccia di chiusura dello stretto, i prezzi del petrolio e del gas avevano registrato balzi significativi sui mercati energetici europei.
L’Italia non dipende dall’energia dal Golfo Persico in misura immediata quanto altri paesi, ma l’impatto globale sui costi energetici si trasmetterebbe rapidamente al Paese: inflazione più elevata, con possibile riduzione del potere d’acquisto delle famiglie; pressione sui costi di produzione industriale, penalizzando settori ad alta intensità energetica; tipercussioni su trasporti e logistica, con aumento dei noli marittimi e delle assicurazioni per le rotte commerciali.
Oltre all’energia, lo stretto di Hormuz è fondamentale per il passaggio di merci globali, inclusi materiali, componenti industriali e prodotti finiti. Una chiusura si ripercuoterebbe su: catene di approvvigionamento globali, con possibili ritardi e aumenti dei costi logistici; assicurazioni marittime che potrebbero far lievitare i premi per le navi in transito nelle aree ad alto rischio bellico; la necessità per molte navi di ridirigere rotte più lunghe, ad esempio intorno all’Africa, con costi e tempi maggiori.
In uno scenario di forte instabilità energetica e di prezzi elevati, l’Italia potrebbe puntare sull’accelerazione delle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica; diversificare le rotte di approvvigionamento energetico, includendo fornitori alternativi; potenziare scorte strategiche di gas e petrolio per mitigare shock temporanei di offerta.
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