20 Febbraio 2026
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Dieci anni senza Umberto Eco: eredità di un pensatore che aveva visto molto prima degli altri

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Dieci anni senza Umberto Eco: eredità di un pensatore che aveva visto molto prima degli altri

Sono passati dieci anni dalla scomparsa di Umberto Eco, saggista, semiologo, romanziere e uno dei più influenti intellettuali italiani del Novecento, morto il 19 febbraio 2016 all’età di 84 anni. Nel decennale della sua morte, la sua figura è al centro di una serie di iniziative culturali e di nuove riletture delle sue opere e idee, soprattutto alla luce delle trasformazioni digitali degli ultimi anni.

Il silenzio voluto e la memoria collettiva

Una delle singolarità della ricorrenza è la maratona web mondiale di 24 ore promossa dalla Fondazione Umberto Eco, partita il 18 febbraio e trasmessa in streaming su YouTube, che attraversa i fusi orari per dialogare con intellettuali, lettori e studiosi di tutto il mondo. Questa iniziativa segna la fine di un periodo di silenzio di dieci anni voluto dallo stesso Eco nel suo testamento, con l’obiettivo di lasciare sedimentare il suo pensiero prima di celebrarlo.

Un pensatore della complessità

Eco non è stato solo l’autore di best seller internazionali come Il nome della rosa e Il pendolo di Foucault, ma anche un criticissimo osservatore della cultura di massa e dei media. Nei suoi saggi e interventi pubblici, dal già celebre Apocalittici e integrati agli scritti di semiotica, egli costruì una riflessione complessa sui mezzi di comunicazione e sui processi interpretativi che oggi risultano sorprendentemente attuali.

I social media: diritto di parola o invasione degli “imbecilli”?

Tra le affermazioni che più hanno fatto discutere negli ultimi anni – spesso ampiamente citate e talvolta usate in modo paradossale – vi sono quelle di Eco sulla Rete e in particolare sui social network. In occasione della consegna di una laurea honoris causa nel 2015 all’Università di Torino, Eco disse che «i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività; ora questi imbecilli hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel».

Questa frase, spesso citata in modo isolato, va però letta nel contesto più largo del suo pensiero: Eco non intendeva delegittimare il diritto di parola di chiunque – un principio che riconosceva come fondamento della democrazia – bensì evidenziare le dinamiche macchiate e rumorose della comunicazione digitale, dove la quantità delle voci non sempre coincide con la qualità delle informazioni.

Il grande merito di Eco non fu tanto prevedere i social media in quanto piattaforme specifiche, quanto piuttosto anticipare alcune dinamiche strutturali del mondo digitale che sarebbero emerse con forza negli anni successivi alla sua morte: la proliferazione incontrollata delle opinioni, la difficoltà nel discernere tra informazione e disinformazione, e l’importanza di una capacità critica individuale per orientarsi nella sovrabbondanza di contenuti.

Un’eredità aperta

A dieci anni dalla sua morte, Umberto Eco resta una figura di riferimento per chi cerca di comprendere il mondo, le sue contraddizioni e le sue storie. La sua voce – spesso ironica, sempre rigorosa – continua a parlare attraverso i suoi libri, i suoi saggi e, paradossalmente, anche attraverso le stesse piattaforme che egli aveva criticato, testimoniando che la sfida di dare senso ai segni del nostro tempo è ancora aperta.

Foto https://www.rai.it

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