Don Tapscott, il profeta della “Digital Economy”: quando nel 1995 intuì il futuro della rete
Oggi il termine digital economy è entrato stabilmente nel lessico di governi, imprese e università. Indica l’insieme delle attività economiche fondate sulle tecnologie digitali, sulle reti e sui dati. Ma quando questa espressione ha cominciato a circolare nel dibattito pubblico? A coniarla e sistematizzarla per primo è stato Don Tapscott nel 1995, con il libro The Digital Economy: Promise and Peril in the Age of Networked Intelligence. Un’opera che, a distanza di trent’anni, appare quasi profetica.
Un’intuizione nel pieno della rivoluzione Internet
Nel 1995 Internet era ancora agli albori per il grande pubblico. Il World Wide Web era stato lanciato solo pochi anni prima, Google non esisteva ancora e l’e-commerce muoveva i primi passi. In quel contesto, Tapscott – studioso canadese e consulente di strategia – pubblicò un saggio destinato a segnare un punto di svolta.
Nel libro, Tapscott descriveva l’emergere di una nuova economia basata su: Reti digitali globali, Condivisione delle informazioni in tempo reale, Innovazione collaborativa, Centralità della conoscenza rispetto ai beni materiali
Non si trattava solo di informatizzare processi esistenti, ma di assistere a un cambiamento strutturale dell’economia stessa. Secondo Tapscott, le imprese sarebbero diventate “organizzazioni in rete”, più aperte e interconnesse, mentre il potere si sarebbe progressivamente spostato verso consumatori più informati e partecipativi.
“Networked Intelligence”: l’intelligenza connessa
Il sottotitolo del volume – Promise and Peril in the Age of Networked Intelligence – racconta già la doppia anima della trasformazione digitale. Per Tapscott, la “networked intelligence” rappresentava la capacità collettiva di creare valore attraverso reti di persone e tecnologie connesse.
La promessa era evidente: maggiore efficienza, nuovi modelli di business, globalizzazione accelerata, abbattimento delle barriere all’ingresso. Ma l’autore metteva in guardia anche sui rischi: disuguaglianze digitali, perdita di posti di lavoro tradizionali, concentrazione del potere nelle mani di pochi attori tecnologici.
Temi che oggi, nell’era delle piattaforme e dell’intelligenza artificiale, appaiono straordinariamente attuali.
Le nove caratteristiche della nuova economia
Nel suo libro, Tapscott individuava alcune caratteristiche chiave della digital economy nascente: Digitalizzazione delle informazioni e dei processi; Virtualizzazione di prodotti e servizi; Innovazione continua come fattore competitivo primario; Globalizzazione accelerata grazie alle reti; Disintermediazione, con la riduzione dei passaggi tra produttore e consumatore; Personalizzazione di massa; Integrazione tra industria, media e tecnologia. Molti di questi fenomeni sono oggi alla base dell’economia delle piattaforme, dell’e-commerce e dei servizi digitali globali.
Dall’intuizione alla realtà
A trent’anni dalla pubblicazione del libro, la digital economy non è più una previsione, ma una realtà consolidata. Secondo le principali organizzazioni internazionali, una quota crescente del PIL mondiale è legata direttamente o indirettamente alle tecnologie digitali. Big tech, startup innovative, fintech, cloud computing e intelligenza artificiale sono diventati pilastri dell’economia globale. L’intuizione di Tapscott si è quindi trasformata in uno dei paradigmi dominanti del XXI secolo.
Un’eredità ancora viva
Don Tapscott non si è fermato al 1995. Negli anni successivi ha continuato a esplorare le trasformazioni digitali con opere come Wikinomics e studi sulla blockchain e sull’economia collaborativa. Ma The Digital Economy resta il testo fondativo che ha introdotto, in modo sistematico, il concetto stesso di economia digitale nel dibattito globale.




