Salari, produttività e investimenti. Le parole chiave dell’Italia per il 2026 secondo Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A., che traccia le prospettive del nostro Paese.
«Il 2026 si è aperto confermando un contesto profondamente diverso rispetto a quello a cui l’Europa si era abituata prima del ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump– spiega- Lo scenario globale cambia rapidamente e non segue più una logica puramente economica. Sempre più spesso è la politica a dettare le condizioni dell’economia. Le scelte degli Stati Uniti, l’uso dei dazi come strumento di pressione geopolitica, la competizione strategica con la Cina e la frammentazione degli equilibri internazionali rendono il quadro meno prevedibile e più conflittuale. In questo contesto, l’Europa non può limitarsi a difendere la stabilità macroeconomica. Deve interrogarsi su come rafforzare la propria coesione politica e sociale, evitando di diventare terreno di competizione tra potenze esterne».
«L’Italia, che arriva al 2026 con conti pubblici più solidi e una ritrovata credibilità finanziaria– dice ancora Livolsi- ha una doppia responsabilità: da un lato consolidare i propri fondamentali, dall’altro contribuire alla stabilità europea. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, la crescita italiana resterà modesta, intorno allo 0,8%, mentre il debito pubblico si manterrà sopra il 135% del Pil. Dati che confermano come la vera sfida non è ciclica, ma strutturale. Tuttavia, la stabilità da sola non basta. Il vero nodo resta la crescita di lungo periodo e, soprattutto, il tema dei salari. Secondo l’Ocse, nonostante i recenti aumenti, i salari reali in Italia restano ancora al di sotto dei livelli pre-pandemia, con una perdita di circa il 7,5% rispetto al 2021, mentre in Paesi come Germania e Francia il recupero del potere d’acquisto è stato più rapido e consistente. Tra il 2014 e il 2024 la produttività del lavoro in Italia, stando ai dati dell’Istat, è cresciuta in media solo dello 0,3% l’anno, mentre nello stesso arco temporale la Germania ha segnato +0,9% e la Spagna +0,5%».
«Che cosa fare? I salari possono crescere in modo duraturo se cresce la produttività– sottolinea Livolsi- E quest’ultima aumenta se le imprese investono. Secondo i dati della Banca Mondiale, la formazione lorda di capitale fisso in Italia si attesta intorno al 22% del Pil, ma diverse analisi europee indicano come la componente privata e tecnologica degli investimenti resti più debole rispetto a quella dei principali partner dell’area euro. Sul fronte tecnologico, solo l’8% delle imprese utilizza applicazioni di intelligenza artificiale e meno della metà ha adottato soluzioni avanzate di digitalizzazione dei processi, come rilevano Commissione europea e Istat. Tecnologia, organizzazione, formazione e capitale umano sono alla base della competitività in un’economia avanzata. In questo senso, il salario non è soltanto una variabile redistributiva, ma una vera leva di crescita. Il Governo dovrebbe creare un quadro di incentivi che renda conveniente condividere gli incrementi di produttività. Un aumento salariale legato a investimenti reali, a innovazione e a miglioramenti misurabili dell’efficienza dovrebbe essere trattato fiscalmente come un investimento in capitale umano, non come un semplice costo corrente. Oggi il cuneo fiscale sul lavoro dipendente supera il 45%, uno dei livelli più alti dell’Ocse: ridurlo in modo selettivo sugli aumenti legati alla produttività significherebbe incoraggiare comportamenti virtuosi senza appesantire i conti pubblici. La forza di un Paese non si misura solo dal rapporto debito-Pil o dallo spread, ma anche dalla qualità del lavoro, dalla capacità di trattenere competenze e dalla coesione sociale».
«Per l’Italia– conclude quindi Livolsi- la vera sfida del 2026 è costruire un circolo virtuoso in cui investimenti, profittabilità e salari si rafforzino a vicenda».


