Negli ultimi anni l’Italia ha beneficiato di un flusso senza precedenti di risorse provenienti dall’Unione Europea, destinate a stimolare la ripresa economica dopo la pandemia, colmare le disparità territoriali e sostenere la transizione digitale e verde. La gestione e l’utilizzo di questi fondi rappresentano una delle principali sfide per il Paese, in un momento in cui gli investimenti pubblici sono considerati essenziali per rilanciare la crescita e affrontare problemi strutturali come il divario Nord‑Sud e l’alta disoccupazione giovanile.
Il pacchetto di risorse più noto è quello del National Recovery and Resilience Plan (PNRR), che per l’Italia ammonta a circa 235,1 miliardi di euro complessivi tra contributi europei, prestiti e cofinanziamento nazionale. Di questi, circa 82 miliardi sono destinati al Mezzogiorno, con l’obiettivo dichiarato di potenziare infrastrutture, innovazione, istruzione e servizi pubblici nelle regioni meridionali.
Parallelamente alla spesa del PNRR, l’Italia gestisce anche le risorse ordinarie della politica di coesione 2021‑2027, che includono fondi strutturali come il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e il Fondo Sociale Europeo Plus (ESF+). Nel nuovo ciclo, alla Campania, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e ad altre regioni considerate “meno sviluppate” è destinata una parte consistente dei circa 30 miliardi di euro previsti per il solo Mezzogiorno, con priorità a sostenibilità, occupazione e innovazione.
Tuttavia l’effettiva spesa delle risorse europee in Italia rimane un tema centrale. Secondo elaborazioni di enti economici e istituzionali, i fondi strutturali nel settennio 2014‑2020 hanno visto l’Italia impegnare e spendere oltre il 90% delle risorse disponibili su progetti cofinanziati dall’UE, con circa 450 miliardi accreditati e più di 740mila iniziative approvate. Nonostante questi numeri siano alti, la complessità amministrativa e la lentezza nel chiudere progetti ha spesso ridotto l’impatto percepito dai cittadini.
Il quadro attuale per il ciclo 2021‑2027 presenta luci e ombre. Secondo dati elaborati su monitoraggi ufficiali, l’avanzamento nella spesa dei fondi strutturali rimane ancora modesto, con impegni e pagamenti inferiori alle aspettative. In particolare nelle regioni meno sviluppate – quelle del Sud Italia – la quota di risorse effettivamente utilizzate è inferiore alla media nazionale, riflettendo difficoltà nella progettazione e nell’attuazione di piani regionali.
Nonostante queste criticità, vi sono anche segnali positivi di impiego mirato di risorse europee in settori strategici. Per esempio, sotto l’ombrello del programma REACT‑EU, l’Italia ha ricevuto un importo extra di circa 1,5 miliardi di euro per promuovere l’occupazione, favorire l’assunzione di giovani e donne e sostenere piccole imprese, in particolare nelle regioni meridionali.
Altri strumenti europei, come quelli gestiti dalla Banca Europea per gli Investimenti (EIB), stanno veicolando decine di miliardi verso infrastrutture sostenibili, rigenerazione urbana e piccole e medie imprese, contribuendo a mobilitare investimenti in settori chiave come la transizione ecologica e la digitalizzazione.
Sul fronte delle emergenze, l’UE ha inoltre attivato strumenti come il Fondo di solidarietà, che nel dicembre 2024 ha stanziato 392,2 milioni di euro per la ripresa e la ricostruzione dopo le devastanti alluvioni che hanno colpito regioni italiane come l’Emilia‑Romagna e la Toscana, dimostrando come i fondi europei possano intervenire in casi di calamità naturale.
Il dibattito pubblico resta però acceso su due principali questioni. La prima riguarda la capacità amministrativa italiana di spendere e realizzare progetti nei tempi previsti, soprattutto nei programmi di coesione ordinaria dove le percentuali di spesa sono molto inferiori rispetto al totale assegnato. La seconda riguarda l’impatto reale di questi investimenti sulle disuguaglianze territoriali: pur essendo massive le risorse stanziate per il Mezzogiorno, molte aree faticano ancora a vedere risultati tangibili in termini di occupazione e crescita economica.
La sfida per l’Italia, e in particolare per le regioni meridionali e per la Campania, è ora quella di accelerare l’attuazione e migliorare la qualità progettuale dei bandi, affinché le ingenti risorse europee non restino un mero dato numerico, ma si traducano in opportunità concrete per imprese, giovani e cittadinanza. In un’Unione che spinge verso coesione, digitalizzazione e sostenibilità, la capacità di spendere bene e rapidamente farà la differenza tra una semplice tornata di fondi e una reale spinta verso uno sviluppo equilibrato e duraturo.



