12 Febbraio 2026
12 Febbraio 2026

«L’amore ai tempi del colera»: il Venezuela tra crisi, speranza e García Márquez

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«L’amore ai tempi del colera»: il Venezuela tra crisi, speranza e García Márquez

Un infinito tunnel di solitudine, in fondo al quale appare improvvisamente la luce. Lo attraversa Florentino Ariza, attendendo cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese, prima di poter coronare il suo amore per Fermina Daza nel romanzo «L’amore ai tempi del colera» dello scrittore colombiano Gabriel García Márquez.

Come il tenace protagonista di questo capolavoro della letteratura sudamericana pubblicato nel 1985, anche il popolo venezuelano attende con ardente desiderio un cambiamento, sebbene a poco più di un mese dalla caduta di Maduro la situazione del paese resti drammatica. Mancano cibo e medicine. Nell’aria incombono malattie che non sono il colera, ma dai nomi comunque inquietanti: malaria, febbre gialla, Zika, Dengue, tubercolosi, difterite. Eppure in questo scenario d’incertezza c’è anche tanta voglia di credere in un futuro migliore.

Viene in mente il modo in cui la prosa poetica di García Márquez descrive i Caraibi tra Ottocento e Novecento: un mondo pieno di contrasti, dove a epidemie di colera e a sanguinose guerre civili fa da sfondo una natura lussureggiante, dove speranza e disperazione, attesa e disincanto, bellezza e decadenza convivono.

Da questo Eden malato, al contempo funereo e idilliaco, sboccia un fiore bellissimo: Fermina Daza, la ragazza di cui Florentino Ariza s’innamora. Se ne innamora così follemente da attendere e perseverare nel suo amore per oltre cinque decenni, senza perdere la speranza neanche di fronte al matrimonio di lei con il dottor Juvenal Urbino. «Quello sguardo casuale fu l’origine di un cataclisma d’amore che mezzo secolo dopo non era ancora terminato».

Un passaggio successivo racconta come il sentimento amoroso sconvolga la psiche e gli organi dell’innamorato con la stessa violenza di una malattia, soprattutto quando c’è di mezzo l’attesa. «Ma quando cominciò ad aspettare la risposta alla sua prima lettera, l’ansia si complicò con diarree e vomiti verdi, smarrì il senso dell’orientamento e aveva svenimenti repentini, e la madre si terrorizzò perché le sue condizioni non assomigliavano ai disordini dell’amore ma agli scempi del colera. Il padrino di Florentino Ariza, un anziano omeopata (…), si allarmò pure lui a prima vista per le condizioni del malato, che aveva il polso debole, il respiro affannoso e i sudori pallidi dei moribondi. Ma la visita rivelò che non aveva febbre né dolore in alcuna parte e che l’unica cosa concreta che sentiva era un bisogno urgente di morire. Gli bastò un interrogatorio insidioso (…) per constatare un’ennesima volta che i sintomi dell’amore sono gli stessi del colera.»

Sì, alcune attese possono essere strazianti. E l’angoscia di morte con cui il giovane Florentino attende la prima lettera di Fermina ricorda l’apprensione delle famiglie sospese al telefono tra il Cilento e il Venezuela a poche ore dai bombardamenti dello scorso 3 gennaio, quando le linee interrotte rendevano impossibile comunicare da un continente all’altro. Cambiano le epoche storiche e i mezzi di comunicazione, ma l’amore è sempre l’amore, che si tratti di amore romantico o di amore tra familiari, che abbia come sfondo il colera o qualsiasi altro tipo di crisi.

Quelle famiglie sperano ora in un Venezuela finalmente libero dove potersi ricongiungere, nello stesso modo in cui Florentino, dopo un’attesa interminabile, può abbracciare la sua «dea incoronata».

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