L’avvocato Simone Labonia entra in maniera del tutto imparziale in una disputa che sta riempiendo le cronache dei nostri media!
Viviamo in un’epoca in cui l’esposizione mediatica ha assunto i contorni di un moderno Grande Fratello: tutto è visibile, tutto è commentabile, tutto è giudicabile. Il problema nasce quando l’opinione pubblica, spinta da emotività e pulsioni istintive, si trasforma in un tribunale parallelo, capace di emettere sentenze ancor prima che i fatti vengano accertati. In questo scenario, l’ipotesi di reato viene spesso confusa con la sua prova, con conseguenze devastanti sul piano umano e giuridico.
Il nostro ordinamento, tuttavia, è fondato su principi cardine che non possono essere sacrificati sull’altare della gogna mediatica. La presunzione di innocenza non è un cavillo formale, ma una garanzia sostanziale di civiltà giuridica. Ogni accusa, anche la più grave e socialmente riprovevole, necessita di riscontri oggettivi, di prove solide, di un rigoroso accertamento processuale. Ciò vale a maggior ragione per fattispecie complesse come “la violenza sessuale e l’estorsione”. Reati che, per sussistere, richiedono specifiche condizioni previste dalla legge.
Nel caso della violenza sessuale, ad esempio, è imprescindibile la prova di una costrizione, fisica o psichica, o comunque dell’assenza di un consenso valido. Non basta una percezione soggettiva ex post, né un giudizio morale retrospettivo: occorre dimostrare che la libertà di autodeterminazione della persona offesa sia stata effettivamente annullata o compressa. Analogamente, l’estorsione presuppone una minaccia idonea e concreta, capace di coartare la volontà della vittima inducendola a un atto di disposizione patrimoniale. Anche qui, la linea di confine tra pressione, persuasione, dinamiche relazionali e vera e propria costrizione penalmente rilevante è sottile e deve essere tracciata con attenzione, caso per caso.
Il rischio, altrimenti, è quello di affidare la giustizia al sentimento collettivo, spesso “ormonale” e mutevole, piuttosto che alla razionalità del diritto. Una società che condanna prima di accertare non tutela le vittime, ma mina le basi stesse dello Stato di diritto. Il processo penale non è un reality show: non vince chi convince di più, ma chi dimostra, oltre ogni ragionevole dubbio, la propria tesi. Altro discorso, che supera i confini della gestione della Giustizia, è la percezione di un giudizio sulla “modalità” di alcuni comportamenti, che possono disturbare la pubblica morale che però, come ben sappiamo, è terreno troppo variabile e scivoloso per poter essere qui trattato!


