C’è un dato che racconta meglio di altri il cambiamento in corso nelle famiglie italiane: sempre più padri vogliono esserci davvero. Non solo “presenti”, ma coinvolti, partecipi, consapevoli. E proprio questa maggiore presenza sta cambiando il modo in cui gli uomini vivono – e giudicano – la paternità.
A fotografare questa trasformazione è l’ultima edizione della ricerca “Parents” di Eumetra, che restituisce un’immagine articolata e per molti versi meno rassicurante di quanto ci si potrebbe aspettare. Perché a una paternità più attiva corrisponde anche una maggiore percezione della fatica e della complessità del ruolo.
Più coinvolti, più consapevoli
Il cambiamento è innanzitutto culturale. Il padre italiano si allontana progressivamente dal modello tradizionale, legato soprattutto al sostegno economico, per avvicinarsi a una figura più relazionale: presente nella quotidianità, nella cura, nelle scelte educative.
Una trasformazione che, come sottolinea Matteo Lucchi, CEO di Eumetra, è ormai strutturale. Più i padri partecipano, più sviluppano una consapevolezza profonda – anche del cosiddetto carico mentale – che la genitorialità comporta. E questo, paradossalmente, rende il ruolo meno idealizzato e più realistico.
Il nodo dell’equilibrio vita-lavoro
Il punto critico resta la conciliazione tra lavoro e famiglia. Nel 2025 il 40% dei padri italiani dichiara che trovare un equilibrio richiede inevitabilmente dei compromessi. Un dato in crescita costante: era il 33% nel 2024 e il 31% nel 2023.
Non è solo una questione organizzativa. È il segnale di un cambio di prospettiva: ciò che per anni è stato vissuto soprattutto dalle madri, oggi entra con forza anche nell’esperienza maschile. La difficoltà di “tenere insieme” vita professionale e privata diventa un tema trasversale, che riguarda l’intero modello sociale e produttivo.
Meno autoassoluzione, più responsabilità
Un altro elemento interessante riguarda il modo in cui i padri valutano sé stessi. Solo il 17% si sente pienamente realizzato sia come persona sia come genitore. Allo stesso modo, il 40% si definisce un buon padre.
Numeri che, letti superficialmente, potrebbero sembrare segnali di insoddisfazione. In realtà raccontano altro: l’innalzamento degli standard. Essere un buon genitore oggi non significa più soltanto garantire sicurezza economica, ma implica presenza emotiva, capacità di ascolto, qualità del tempo condiviso.
In altre parole, la paternità smette di essere un ruolo “automatico” e diventa un processo complesso, fatto di equilibrio, adattamento e responsabilità crescente.
Una trasformazione ancora incompleta
Il quadro complessivo è quello di una paternità in evoluzione, sempre più inserita in un modello di co-genitorialità. I padri partecipano di più, condividono maggiormente i compiti e costruiscono relazioni più solide con i figli.
Ma questa trasformazione si scontra con un contesto che non sempre la sostiene: organizzazioni del lavoro rigide, strumenti di welfare ancora insufficienti, una cultura che fatica a tenere il passo dei cambiamenti sociali.
Il risultato è un ritratto in chiaroscuro. Da un lato, la ricchezza di un rapporto più pieno e consapevole con i figli. Dall’altro, la crescente percezione di un equilibrio fragile, che richiede continui aggiustamenti.
La vera sfida, a questo punto, non è più culturale ma strutturale: trasformare questa nuova consapevolezza in condizioni concrete che permettano a padri e madri di conciliare davvero lavoro e vita privata. Non come compromesso, ma come possibilità reale.











