Il risultato del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati segna un passaggio politico rilevante per il governo guidato da Giorgia Meloni. La vittoria del “No” non è soltanto un arresto sul piano delle riforme della giustizia, ma rappresenta anche la prima vera battuta d’arresto per l’esecutivo dall’inizio della legislatura.
La reazione della maggioranza è stata improntata alla cautela, quasi al gelo. A pochi minuti dalla diffusione dei dati, la presidente del Consiglio ha affidato a un videomessaggio la linea ufficiale: rispetto per il voto popolare e volontà di proseguire nell’azione di governo. Una dichiarazione sobria, priva di toni polemici, che riflette la consapevolezza del peso politico del risultato.
Il leader della Lega Matteo Salvini in una nota: “Quando i cittadini si esprimono hanno sempre ragione. Rimaniamo convinti, come milioni di italiani che meritano rispetto e gratitudine, che sia necessario migliorare il sistema della giustizia”.
Sulla stessa linea il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che si è limitato a un essenziale “prendo atto”, evitando di attribuire al voto un significato politico esplicito. Una prudenza che appare tutt’altro che casuale.
Anche i gruppi parlamentari di Fratelli d’Italia hanno scelto un registro basso. Il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami ha assicurato che “l’agenda parlamentare non cambia”, mentre al Senato Lucio Malan ha rivendicato la coerenza dell’azione politica: “Abbiamo mantenuto un impegno con gli elettori”. Parole che puntano a contenere l’impatto del voto, trasformando la sconfitta in una tappa di percorso più che in una bocciatura strategica.
Non diversa la posizione degli alleati. Il segretario di Forza Italia Antonio Tajani ha sottolineato il rispetto per la volontà popolare, evidenziando al tempo stesso l’alta partecipazione come elemento positivo per la democrazia. Nel suo messaggio emerge però anche una lettura politica implicita: il tentativo di rivendicare la bontà della riforma, pur di fronte a un elettorato che ha scelto diversamente.
La riforma della giustizia era uno dei pilastri programmatici del governo, e la sua bocciatura rischia di ridimensionare l’ambizione riformatrice dell’esecutivo. Inoltre, il voto segnala una possibile distanza tra le priorità del governo e la percezione dell’opinione pubblica.
Il “No” degli italiani, dunque, non è soltanto una decisione su un quesito tecnico, ma un segnale politico che la destra è chiamata ora a interpretare.











