«Votiamo sì, votiamo sì da sinistra» affermano Cecchino Cacciatore, Giuseppe Acocella, Ciro Romaniello, Massimiliano Amato e Antonio Bottiglieri che rivolgono un appello alla sinistra che vota sì al referendum che si terrà fra poco più di un mese sulla separazione delle carriere.
«C’è un equivoco da chiarire subito: sostenere questa riforma non significa essere autoritari, ma esattamente il contrario. Significa volere più garanzie per i cittadini.
La separazione delle carriere parte da un’idea semplice: chi accusa non può stare sullo stesso piano di giudica, perché vengono esercitate funzioni diverse e distinte. Un principio sottolineato già nel 1919 da Giacomo Matteotti, ai tempi brillante giuspenalista, il quale titolava significativamente un suo studio sul processo penale “Il pubblico ministero è parte”.
Nel processo penale lo Stato può togliere la libertà a una persona. È il suo potere più forte. Ecco perché, in una democrazia, il potere non si unisce: si divide.
Separare le carriere serve a rendere definitivamente chiaro che il giudice non sta dalla parte dell’accusa, ma è una figura distinta, di garanzia.
Un dato storico è importante: l’unificazione delle carriere fu voluta dal fascismo, che vedeva l’organizzazione statale come un blocco unico. Le democrazie fanno l’opposto: mettono distanze tra i poteri.
Il passo decisivo verso un processo più garantista fu infatti la riforma del codice voluta da Giuliano Vassalli, socialista, giurista e medaglia d’oro della Resistenza: un processo basato sull’equilibrio tra accusa e difesa. Una riforma che mandò in soffitta il codice Rocco, fascista, che invece voleva il giudice proveniente dalle stesse fila del pubblico ministero.
Ma quel codice era appunto di uno Stato autoritario, che verticisticamente pretendeva di controllare anche i magistrati, ritenuti espressione della sua volontà.
Il Codice Vassalli fu sostenuto, alla fine degli anni Ottanta, da tutte le forze politiche che si richiamavano alle culture costituenti. Nell’unico passaggio parlamentare – l’approvazione della legge delega che autorizzava il governo a formulare le nuove norme che avrebbero archiviato definitivamente il vecchio Codice del 1930 sancendo il passaggio dal rito inquisitorio al rito accusatorio – votarono a favore democristiani, comunisti, socialisti, socialdemocratici, liberali, repubblicani e indipendenti di sinistra. Si astennero, per motivi tecnici ma non di merito, radicali e demoproletari. Votarono contro i soli parlamentari dell’estrema destra missina. Nel commentare il voto alla Camera, il 28 gennaio del 1987, la presidente dell’assemblea, la comunista Nilde Iotti, ebbe a dichiarare: “Lasciatemi dire che questa sera abbiamo realizzato qualcosa che può ben paragonarsi ad una riforma Istituzionale”.
La riforma sottoposta oggi a referendum prosegue nella stessa logica di invertire la rotta iniziata dal socialista Vassalli, completando l’assetto della magistratura pensato invece dalla Costituzione repubblicana.
Come? Rafforzando la fiducia nel giudice non solo terzo ma anche veramente imparziale.
Per questo la riforma si inserisce nel solco della sinistra costituzionale, che storicamente mette al centro diritti, garanzie e separazione dei poteri. Anche quelli di giudicare e di sostenere l’accusa.
In breve: ruoli più chiari, giudice terzo e più indipendente, pubblico ministero separato e più indipendente. Così c’è la possibilità di realizzare finalmente il giusto processo per una maggiore tutela per tutti.
Questa è l’idea. Questo è il nostro impegno riformatore.
In nome di esso rivolgiamo un appello alla sinistra democratica, riformista e cattolica. In una parola progressista.
Respingiamo ogni accostamento a sbagliate e infondate associazioni della riforma ad impropri richiami a culture diverse dalla nostra. A concezioni dello Stato che anzi continuiamo a contrastare ed avversare, e che nulla hanno a che fare con la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti ed accusatori.
Chi promuove questo appello è infatti distante culturalmente e politicamente dal governo in carica. Ma non per questo intende rinunciare ad affermare un principio che ritiene sacrosanto. Questo: se il referendum venisse bocciato, si manterrebbe in vita un ordinamento giudiziario proprio di un passato che è auspicabile non torni mai più.
Votiamo SI. Votiamo SI da sinistra.»




