4 Febbraio 2026

Se scrivi la ‘Divina Commedia’ non vinci certo la causa ma paghi la prolissità

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Se scrivi la ‘Divina Commedia’ non vinci certo la causa ma paghi la prolissità

L’ordinanza affronta un tema sempre più attuale nella pratica forense: l’abuso della tecnica difensiva attraverso ricorsi eccessivamente prolissi, ridondanti e non funzionali alla chiarezza delle doglianze.
La Suprema Corte lancia un messaggio chiaro: il ricorso non viene annullato, ma il suo costo processuale può diventare molto elevato.

Nel caso esaminato, il ricorso presentava una struttura sovrabbondante, caratterizzata da una ripetizione ossessiva di argomentazioni, richiami giurisprudenziali non pertinenti e una esposizione dei motivi che rendeva difficoltosa l’individuazione delle censure effettivamente rilevanti. Pur non ravvisando profili tali da determinarne l’inammissibilità o l’annullamento, la Cassazione ha ritenuto che tale impostazione difensiva violasse i principi di sinteticità, chiarezza e leale collaborazione processuale.

Il punto centrale dell’ordinanza sta proprio qui: la prolissità non è di per sé causa di invalidità dell’atto, ma costituisce un comportamento processuale censurabile sotto il profilo economico. La Corte richiama l’art. 96 c.p.c. e il potere del giudice di sanzionare condotte che, pur formalmente legittime, aggravano inutilmente il carico giudiziario e ostacolano l’efficiente amministrazione della giustizia. Ne deriva una conseguenza concreta: aggravio delle spese processuali, liquidate in misura superiore rispetto all’ordinario, proprio in ragione della complessità artificiosa del ricorso. In sostanza, il principio affermato è netto: chi appesantisce il processo senza reale utilità difensiva non perde automaticamente la causa, ma paga il prezzo della propria scelta stilistica e strategica.

La pronuncia si inserisce in un filone giurisprudenziale volto a responsabilizzare le parti e i difensori, ribadendo che il diritto di difesa non coincide con il diritto alla ridondanza. In un sistema giudiziario già fortemente congestionato, la chiarezza non è solo una virtù retorica, ma un vero e proprio dovere processuale.

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