25 Gennaio 2026

Sulle strade del vino campano: dall’Irpinia ai Campi Flegrei, viaggio tra vigne antiche e cantine vulcaniche

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Sulle strade del vino campano: dall’Irpinia ai Campi Flegrei, viaggio tra vigne antiche e cantine vulcaniche

C’è una Campania che si racconta meglio lungo le strade del vino. È una regione vitivinicola complessa e stratificata, lontana dagli stereotipi della cartolina, capace di passare in pochi chilometri dai rilievi interni dell’Irpinia alle sabbie nere dei Campi Flegrei, dalle colline ventilate del Sannio alle terrazze sul mare della Costiera. Un mosaico di suoli, climi e storie che fa della Campania una delle aree più interessanti – e oggi finalmente riconosciute – del panorama enologico italiano.

Il viaggio può iniziare dall’entroterra, in Irpinia, dove il vino è da sempre una cosa seria, quasi austera. Qui nascono tre denominazioni simbolo: Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi. I vigneti si arrampicano tra i 400 e i 700 metri di altitudine, incastonati tra boschi e piccoli centri, in un paesaggio che conserva un ritmo lento e una forte identità rurale. Il Fiano, con la sua eleganza discreta, racconta la montagna e il tempo: vini longevi, capaci di evolvere per anni, con note di nocciola, erbe e pietra focaia. Il Greco, più spigoloso e minerale, è figlio di suoli ricchi di zolfo e cenere, un bianco di carattere che non cerca consenso immediato. Il Taurasi, da uve Aglianico, è forse il rosso più iconico del Sud: strutturato, profondo, bisognoso di pazienza, come la terra da cui nasce.

Scendendo verso il Sannio beneventano, il paesaggio si apre e la viticoltura diventa più diffusa, quasi domestica. Qui la Falanghina trova una delle sue espressioni più immediate e territoriali: vini freschi, floreali, che parlano di convivialità e cucina quotidiana. Accanto, l’Aglianico sannita mostra un volto diverso rispetto a quello irpino: meno severo, più pronto, ma non per questo meno identitario. È un’area che negli ultimi anni ha investito molto sulla qualità e sull’accoglienza, diventando una tappa naturale per un enoturismo accessibile e autentico.

Il viaggio cambia radicalmente volto arrivando ai Campi Flegrei, dove il vino nasce letteralmente dalla cenere. Qui il protagonista è il suolo vulcanico, sabbioso e instabile, che ha permesso la sopravvivenza di vigneti a piede franco, non innestati, un unicum nel panorama europeo. Le vigne si affacciano sul mare, tra crateri spenti, fumarole e laghi vulcanici. La Falanghina flegrea è diversa da quella dell’entroterra: più salina, più verticale. Il Piedirosso, spesso sottovalutato, trova qui una delle sue massime espressioni: un rosso leggero nel colore ma sorprendentemente profondo, capace di raccontare il territorio senza sovrastrutture. Visitare una cantina flegrea significa entrare in un racconto fatto di resilienza, di viticoltura eroica e di un equilibrio delicato tra natura e presenza umana.

Non può mancare una deviazione lungo la Costa d’Amalfi, dove la vite cresce su terrazzamenti vertiginosi, strappati alla roccia. I bianchi a base di Falanghina, Biancolella e Pepella sono il riflesso del mare e del vento, mentre i piccoli vigneti rappresentano un presidio culturale oltre che agricolo.

A sud, il percorso si allunga nel Cilento, territorio spesso più raccontato per il mare e i borghi che per il vino, ma che negli ultimi anni ha ritrovato una voce enologica autonoma. Qui la viticoltura è minuta, diffusa, profondamente legata al paesaggio del Parco nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, tra colline interne e affacci sul Tirreno. I vitigni sono quelli storici del Sud: Aglianico, Fiano, Greco, affiancati da varietà locali come Barbera Igp Paestum.

È una produzione che dialoga naturalmente con la cucina del territorio — legumi, olio extravergine, pasta fatta a mano, pesce azzurro — e che si inserisce con coerenza nel racconto più ampio della Dieta Mediterranea, riconosciuta dall’Unesco proprio a partire da questi luoghi.

Tra le eccellenze enologiche del territorio spicca la rinascita di un vitigno dimenticato. Un rosso intenso, adatto ai lunghi invecchiamenti, la Reginella. A Policastro Bussentino un biologo, Vincenzo Latriglia, ha avviato un percorso per rilanciare un’uva che qui ha trovato il suo habitat d’elezione.

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