C’era un tempo in cui le grandi domande dell’adolescenza, “Ha visualizzato e non risponde: è finita?”, si affidavano agli amici del cuore, ai diari segreti o alle interminabili telefonate serali. Oggi, sempre più spesso, la risposta si cerca altrove: in un bot.
È la fotografia che emerge dall’edizione 2026 dell’Osservatorio indifesa realizzato da Terre des Hommes insieme alla community di Scomodo. Oltre 2.000 ragazzi italiani under 26 – l’80% tra i 15 e i 25 anni – raccontano un’adolescenza sempre più connessa, consapevole dei rischi del web ma anche profondamente immersa nelle sue dinamiche.
Il dato che colpisce di più, anche dal punto di vista culturale, è questo: un giovane su due si è rivolto almeno una volta all’Intelligenza Artificiale per chiedere un consiglio. E il primo ambito non è la scuola, ma il cuore.
Il 24% lo ha fatto per un problema sentimentale, il 22% per una questione di salute e il 21% per un supporto psicologico.
L’AI diventa così una sorta di consulente affettivo: neutrale, sempre disponibile, non giudicante. Una presenza silenziosa a cui affidare dubbi che forse imbarazzano davanti agli amici o che non si ha il coraggio di condividere in famiglia.
Web, il luogo più a rischio
Dietro questa nota di colore, però, si muove uno scenario più complesso. L’Osservatorio racconta che 1 giovane su 2 dichiara di aver subito almeno un atto di violenza nel corso della propria vita e che il web è percepito come il “luogo” più pericoloso in assoluto.
Le ragazze dichiarano di aver subito violenza più dei coetanei maschi (57% contro 42%), ma la percentuale più alta riguarda le persone non binarie (67%). Un dato che riporta al centro la questione di genere come chiave di lettura imprescindibile.
Tra i rischi online, il più temuto è il revenge porn: per il 59% è il pericolo principale. Il 78% considera pericolosa la condivisione di materiale intimo, segno di una consapevolezza diffusa, ma resta più difficile riconoscere la manipolazione di immagini da parte di terzi.
E poi c’è un’esperienza quasi universale: l’80% dei ragazzi è stato contattato da sconosciuti online. Le ragazze parlano più spesso di fastidio e paura; tra i ragazzi emerge anche una quota di curiosità.
Cyberbullismo e chat tossiche
Per i maschi, soprattutto i più giovani, il rischio maggiore in rete è il cyberbullismo: lo segnala il 45%. Quando si verifica un episodio di bullismo o cyberbullismo, il primo interlocutore restano gli amici, seguiti dai genitori.
Un altro fenomeno diffuso riguarda le chat in cui si commenta l’aspetto fisico di altre persone: circa un terzo dei ragazzi vi ha assistito. Di fronte a questi contenuti, il 40% ne parla con qualcuno di fiducia, il 36% silenzia la chat, il 31% la abbandona. Un significativo 30% segnala o chiede la rimozione dei contenuti.
Anche qui emergono differenze di genere: le ragazze tendono più spesso a intervenire e condividere il problema; i ragazzi, più frequentemente, scelgono il disimpegno o la minimizzazione.
Privacy, controllo e fiducia digitale
Il controllo del telefono da parte del partner è considerato inaccettabile dalla maggioranza degli intervistati, soprattutto tra le ragazze e nelle fasce d’età più alte. Solo il 2% lo interpreta come una forma di rispetto.
Eppure, il 69% condivide le proprie password con genitori, amici o partner, prevalentemente per ragioni di sicurezza. Un paradosso generazionale: la privacy è un valore dichiarato, ma la condivisione resta una pratica diffusa.
Una generazione consapevole, ma sola?
Il quadro che emerge non è quello di ragazzi inconsapevoli. Al contrario, i giovani dimostrano di conoscere i rischi della rete. Sanno che possono denunciare, segnalare, chiedere la rimozione di contenuti. Ma spesso si muovono in un ecosistema digitale che evolve più rapidamente degli strumenti educativi a disposizione.
L’AI come confidente sentimentale è forse il simbolo più potente di questo cambiamento: quando mancano punti di riferimento solidi, anche un algoritmo può diventare un interlocutore.
La sfida, come sottolineano gli organizzatori dell’Osservatorio, è culturale prima ancora che tecnologica: fornire strumenti, educazione digitale e spazi di ascolto reali. Perché se è vero che un bot può rispondere a “Mi ama o non mi ama?”, è altrettanto vero che nessuna tecnologia può sostituire relazioni sane, consapevoli e protette.
E forse è proprio qui che si gioca la tendenza più profonda dello stile di vita digitale contemporaneo: una generazione connessa come mai prima, ma ancora alla ricerca di punti fermi fuori dallo schermo.



