24 Gennaio 2026

Garza dimenticata nel cuore: quattro medici a processo

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Garza dimenticata nel cuore: quattro medici a processo

Si aprirà il 26 marzo prossimo, davanti al giudice monocratico Raffaella Caccavale del Tribunale di Salerno, il processo sulla morte dell’imprenditore capaccese Umberto Maddolo, deceduto dopo un intervento di cardiochirurgia all’ospedale “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona” di Salerno. Il caso, emerso nel luglio 2022, ruota attorno al rinvenimento di una garza chirurgica all’interno del corpo del paziente, scoperta in seguito alla riesumazione della salma.

Il gup Valeria Campanile ha disposto il rinvio a giudizio del primario Enrico Coscioni, all’epoca direttore del Dipartimento di Cardiochirurgia dell’azienda ospedaliera salernitana, e di altri tre sanitari dell’equipe: Gerardo Del Negro, Francesco Pirozzi e Pietro Toigo. Tutti erano in servizio durante l’intervento cui Maddolo fu sottoposto il 20 dicembre 2021, una procedura di sostituzione valvolare aortica con bioprotesi e rivascolarizzazione coronarica.

Per gli imputati l’accusa è di omicidio colposo in concorso; a Coscioni viene contestato anche il falso aggravato, per l’omessa indicazione nel referto delle risultanze dell’intervento. Sono state invece archiviate le posizioni dei medici Aniello Puca, Giuseppina Fezza e Biagio Farina, prosciolti da ogni addebito.

I familiari della vittima si sono costituiti parte civile: i quattro figli sono assistiti dall’avv. Vincenzo Sangiovanni, mentre la moglie è rappresentata dall’avv. Marco Nigro.

Secondo la ricostruzione della procura, già nella fase preoperatoria sarebbero state violate le linee guida di settore, in particolare per la mancata convocazione del cosiddetto Heart Team, organismo che avrebbe dovuto valutare i rischi dell’intervento e orientare eventualmente verso una procedura di cardiologia interventistica, meno invasiva rispetto alla cardiochirurgia tradizionale.

I profili di responsabilità contestati sono quattro: la preparazione dell’intervento, le scelte tecniche adottate, le modalità di esecuzione e la gestione dell’evento avverso immediatamente successivo all’operazione. In particolare, al termine della sostituzione valvolare, dopo la chiusura del miocardio, l’equipe avrebbe omesso la rimozione di un lembo di garza di circa 8 centimetri, lasciato nel ventricolo sinistro. Con la ripresa dell’attività cardiaca e del flusso ematico, il materiale sarebbe migrato fino alla biforcazione aorto-iliaca, dove è stato poi rinvenuto in sede autoptica.

L’ordinanza cautelare evidenzia inoltre che non sarebbero stati effettuati gli accertamenti necessari per individuare tempestivamente la garza smarrita. Al contrario, il paziente sarebbe stato sottoposto a esami ritenuti inefficaci e stressanti, prima del trasferimento in rianimazione, dove è sopraggiunto il decesso.

Ulteriori profili di colpa vengono contestati anche nella fase post-operatoria: dalla mancata esecuzione di controlli più approfonditi alla gestione delle consegne al personale della rianimazione, che – secondo l’accusa – non sarebbe stato informato dell’evento avverso verificatosi in sala operatoria, impedendo così una valutazione completa delle condizioni del paziente e qualsiasi intervento correttivo.

In precedenza, il gip aveva ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza, applicando misure interdittive: 12 mesi di divieto di esercizio della professione per Coscioni, 9 mesi per Del Negro e Toigo, 6 mesi per Pirozzi e Puca. Ora la vicenda approda al dibattimento, dove saranno valutate nel merito le responsabilità dei sanitari coinvolti.

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