18 Febbraio 2026
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Vini vulcanici: perché il suolo del Vesuvio rende unici Falanghina e Piedirosso

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Vini vulcanici: perché il suolo del Vesuvio rende unici Falanghina e Piedirosso

La viticoltura italiana dialoga direttamente con il fuoco, in un’area ben precisa, e circoscritta, della Campania. È quella del Vesuvio, vulcano attivo, la cui attività millenaria ha modellato un terroir irripetibile. Qui, sulle pendici che degradano verso il Golfo di Napoli, nascono vini che portano nel calice tutta la geologia del territorio: Falanghina e Piedirosso, in particolare, trovano in questi suoli vulcanici un’espressione riconoscibile e difficilmente replicabile altrove.

I terreni vesuviani sono il risultato di stratificazioni successive di colate laviche, ceneri e lapilli. Si tratta di suoli sciolti, ricchi di potassio, fosforo e microelementi, con una buona capacità drenante. L’acqua filtra rapidamente, costringendo le radici a scendere in profondità; al tempo stesso, la componente sabbiosa e minerale garantisce aerazione e limita ristagni.

Queste caratteristiche incidono in modo diretto sul profilo organolettico dei vini. La Falanghina coltivata alle falde del vulcano sviluppa una spiccata sapidità, una tensione acida marcata e note agrumate e floreali particolarmente nitide. Il Piedirosso, vitigno a bacca rossa storicamente diffuso nell’area vesuviana, esprime invece una trama tannica fine, profumi di frutti rossi croccanti e una tipica vena minerale che ne slancia la beva.

Non è solo il suolo a fare la differenza. L’influenza del mare, distante pochi chilometri, mitiga le temperature e favorisce escursioni termiche significative tra giorno e notte, soprattutto nei vigneti posti a quote più elevate. Questa combinazione consente una maturazione lenta e completa delle uve, preservando freschezza e complessità aromatica.

Le vigne si trovano spesso su terrazzamenti storici, con esposizioni variabili che permettono di modulare l’irraggiamento solare. La ventilazione costante riduce inoltre la pressione di alcune patologie fungine, contribuendo a una viticoltura meno invasiva dal punto di vista dei trattamenti.

L’area rientra nella denominazione Vesuvio DOC, che comprende diverse tipologie, tra cui il celebre Lacryma Christi del Vesuvio, prodotto sia in versione bianca sia rossa. A vigilare sulla qualità e sulla valorizzazione della produzione è il Consorzio Tutela Vini Vesuvio, che riunisce le aziende del territorio e promuove un modello produttivo legato alla specificità pedoclimatica locale.

Gran parte dei vigneti ricade all’interno del Parco Nazionale del Vesuvio, istituito nel 1995 per tutelare un patrimonio naturalistico e paesaggistico unico. La viticoltura, in questo contesto, non è soltanto attività economica, ma presidio ambientale: mantenere coltivate le pendici del vulcano significa anche contrastare il dissesto idrogeologico e preservare la biodiversità.

Nel panorama internazionale dei vini vulcanici – dall’Etna alle Canarie – il Vesuvio occupa una posizione peculiare. Qui la componente sabbiosa dei suoli, derivata dalla frammentazione del materiale lavico, conferisce ai vini una leggerezza strutturale che non rinuncia alla profondità gustativa.

Foto tratta da Wikipedia

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