Una tragedia familiare maturata tra le mura domestiche e sfociata in un omicidio brutale. È questa la vicenda al centro del processo che vede imputato Vincenzo Santimone, accusato di aver ucciso il padre al culmine di una lite.
Nel corso della requisitoria davanti alla Corte di assise di Salerno, il pubblico ministero Marinella Guglielmotti ha chiesto una condanna a 25 anni di reclusione, riconoscendo la seminfermità mentale ma contestando le aggravanti dei futili motivi e della crudeltà.
Il delitto risale al 5 marzo 2024, quando nella loro abitazione di via Bartolo Longo, nel rione della Pace, il 76enne Riccardo Santimone venne colpito ripetutamente con un coltello dal figlio.
Secondo la ricostruzione degli investigatori, a scatenare la violenza sarebbe stato un motivo banale: il rumore di un frullatore utilizzato dall’anziano per preparare la cena.
Da lì, l’escalation. Il padre avrebbe tentato di mettersi in salvo rifugiandosi in bagno, ma l’aggressore lo avrebbe inseguito continuando a colpirlo fino alla ferita mortale, che recise l’aorta.
Un gesto che, secondo l’accusa, non sarebbe mai stato accompagnato da segni di pentimento. Circostanza sottolineata con forza in aula dal pubblico ministero.
L’imputato, che all’epoca dei fatti aveva 47 anni, viveva da tempo una condizione di fragilità legata a disturbi psichici e a una situazione di isolamento aggravata dalla perdita del lavoro.
Durante l’interrogatorio avrebbe ammesso di essere particolarmente sensibile ai rumori domestici, indicati come elemento scatenante del raptus.
Il processo proseguirà nel mese di giugno, quando è prevista l’arringa difensiva. Poi la parola passerà ai giudici per la sentenza.












