Ci sono mestieri che non sono soltanto mestieri. Raccontano un territorio, ne custodiscono la memoria e, attraverso gesti tramandati di generazione in generazione, ne portano l’identità oltre i confini. È il caso dell’intarsio sorrentino, una delle espressioni più raffinate dell’artigianato della Penisola sorrentina.
La tarsia lignea nasce dall’accostamento di piccoli elementi di legno di essenze, colori e venature differenti, fino a comporre immagini e decorazioni che ricordano, per precisione e ricchezza dei dettagli, vere e proprie opere pittoriche. Il legno diventa così una tavolozza naturale: noce, ulivo, arancio, ebano e altre essenze vengono selezionate e lavorate per ottenere contrasti, sfumature e profondità.
La tradizione sorrentina conosce una particolare affermazione nell’Ottocento. Intorno al 1830, l’ebanista Antonino Damora contribuisce allo sviluppo della tecnica destinata a caratterizzare la produzione locale, basata inizialmente sul contrasto tra il noce e l’arancio e sull’utilizzo di incisioni riempite di stucco nero. In quegli anni Sorrento diventa uno dei principali centri italiani della lavorazione artistica del legno.
È anche il periodo in cui la città entra sempre più stabilmente nei percorsi del Grand Tour. Viaggiatori, artisti e aristocratici europei arrivano in Penisola attratti dai paesaggi, dal clima e dalla storia, ma anche dalle produzioni delle botteghe locali. L’intarsio diventa così uno dei souvenir più preziosi da portare a casa.
Dai grandi mobili si passa progressivamente a oggetti più piccoli e facilmente trasportabili: cofanetti, scatole, cornici, specchi, tavoli, scrittoi e piccoli complementi d’arredo. Sui manufatti compaiono paesaggi della costiera, motivi floreali, scene della vita quotidiana, immagini della tradizione popolare e soprattutto la Tarantella, destinata a diventare una delle raffigurazioni più riconoscibili della tarsia sorrentina.
Dietro la superficie lucida di una scatola o di un mobile c’è però un lavoro lungo e complesso. Il disegno deve essere trasferito sul legno, le diverse essenze tagliate con precisione e successivamente ricomposte. Le sfumature possono essere ottenute attraverso tecniche tradizionali, tra cui la bruciatura nella sabbia calda. Un procedimento che richiede manualità, pazienza e una conoscenza profonda del materiale.
La grande stagione dell’intarsio lascia a Sorrento un patrimonio artistico ancora oggi conservato nelle collezioni del Museo Correale, dove è possibile seguire l’evoluzione della tarsia locale attraverso mobili e manufatti di particolare pregio. Tra questi spicca il monumentale Secrétaire à dos d’âne realizzato dal maestro Giuseppe Gargiulo tra il 1900 e il 1910: un’opera che testimonia il livello di complessità raggiunto dagli artigiani sorrentini.
La tradizione si lega anche alla formazione professionale. Nel 1886 nasce la Real Scuola d’Arte, destinata a formare le nuove generazioni di artigiani nell’intaglio e nell’intarsio. Una storia che prosegue, con forme naturalmente diverse, nell’attività dell’Istituto Superiore “Francesco Grandi” di Sorrento.
Oggi il contesto è cambiato. La produzione non ha più i numeri della grande stagione ottocentesca e le botteghe artigiane devono confrontarsi con prodotti industriali e imitazioni a basso costo. Ma proprio per questo il valore dell’intarsio autentico risiede ancora di più nel tempo necessario per realizzarlo e nella manualità che contiene.
L’artigiano non si limita a decorare un oggetto: sceglie le essenze, interpreta le venature, costruisce il disegno e ricompone pazientemente ogni singolo elemento. Ogni pezzo porta quindi con sé una parte del lavoro di chi lo ha realizzato e, insieme, una parte della storia del territorio.
È questa la forza dell’intarsio sorrentino: essere riuscito a trasformare il legno in un racconto di Sorrento. Un racconto fatto di colori naturali, paesaggi, tradizioni e gesti antichi che ancora oggi, nelle botteghe della Penisola, continuano a trovare nuove forme per non andare perduti.
(Foto da qui)












