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19 Agosto 2026
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Pixel Tag, Google sfida AirTag: come funzionano i nuovi tracker e cosa succede alla privacy

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Pixel Tag, Google sfida AirTag: come funzionano i nuovi tracker e cosa succede alla privacy

Trovare le chiavi, recuperare una valigia smarrita o sapere dove si trova uno zaino. I piccoli tracker Bluetooth sono diventati uno degli oggetti simbolo della nuova smart life e Google ora entra direttamente nel mercato con il Pixel Tag, il suo primo dispositivo proprietario per ritrovare gli oggetti attraverso la rete Find Hub. Il lancio porta con sé una sfida ad Apple e, allo stesso tempo, riapre il tema della privacy e dell’uso improprio dei dispositivi di localizzazione.

Il Pixel Tag è stato presentato da Google il 12 agosto 2026 insieme alla nuova generazione di smartphone Pixel. Negli Stati Uniti il dispositivo avrà un prezzo di 29 dollari per il singolo tracker e 99 dollari per una confezione da quattro, mentre la commercializzazione è prevista a novembre. Google ha indicato l’11 novembre come data di lancio negli Stati Uniti.

La logica è quella già resa popolare dagli AirTag di Apple: un piccolo dispositivo viene associato a un oggetto e permette di individuarlo attraverso lo smartphone. La differenza principale è l’ecosistema: il Pixel Tag nasce per funzionare con Google Find Hub, la rete di dispositivi Android che collabora alla ricerca degli oggetti smarriti.

Come funziona

Il tracker comunica con gli smartphone attraverso tecnologie wireless a basso consumo. Quando si trova nelle vicinanze, il telefono può aiutare l’utente a individuarlo; quando invece l’oggetto è lontano, entra in gioco la rete Find Hub.

Il principio è quello del crowdsourcing della posizione: gli smartphone Android compatibili che si trovano nei dintorni possono rilevare il tracker e trasmettere in modo sicuro l’informazione necessaria a individuare l’oggetto.

Google spiega che le informazioni sulla posizione utilizzate dalla rete Find Hub sono protette dalla crittografia end-to-end. L’azienda afferma inoltre che il dispositivo Android che rileva un tracker smarrito non comunica al proprietario del tracker l’identità della persona che ha effettuato il rilevamento.

È questo il punto che permette al sistema di funzionare anche quando il proprietario non si trova vicino all’oggetto: non è necessario che il tracker sia direttamente collegato al telefono del proprietario.

La novità del Pixel Tag

Il dispositivo di Google punta su due tecnologie per rendere più precisa la ricerca nelle vicinanze: Bluetooth Channel Sounding e Ultra Wideband (UWB).

La prima consente di ottenere informazioni più precise sulla distanza, mentre l’UWB può essere utilizzata per fornire indicazioni sulla direzione dell’oggetto quando ci si trova nelle sue vicinanze. È una tecnologia già utilizzata da altri sistemi di localizzazione di precisione e rappresenta uno degli elementi con cui Google cerca di differenziare il proprio prodotto.

Il Pixel Tag utilizza inoltre una batteria a bottone sostituibile e una certificazione IP67 per la resistenza a polvere e acqua. L’autonomia dichiarata è superiore a un anno.

Non serve soltanto per le chiavi

L’utilizzo più intuitivo resta quello degli oggetti che si perdono più facilmente: chiavi, portafogli, zaini e valigie.

Ma la tecnologia può avere anche applicazioni più pratiche. Google consente, attraverso Find Hub, di condividere la posizione di un accessorio con altre persone. È possibile, per esempio, condividere la posizione di un oggetto smarrito con una compagnia aerea per facilitarne il recupero.

Il tracker può quindi diventare una sorta di collegamento digitale tra un oggetto fisico e il suo proprietario.

Ed è proprio questa caratteristica a rendere importante la questione della sicurezza.

Il problema della privacy

Un dispositivo progettato per dire dove si trova un oggetto può infatti essere utilizzato anche per cercare di sapere dove si trova una persona.

È uno dei principali problemi emersi con la diffusione dei tracker personali. Un dispositivo nascosto in una borsa, in un’automobile o tra gli effetti personali potrebbe essere utilizzato impropriamente per seguire qualcuno senza il suo consenso.

Per questo gli ecosistemi di localizzazione hanno sviluppato funzioni di rilevamento dei tracker sconosciuti, pensate per avvisare una persona quando un dispositivo non associato al suo account sembra muoversi insieme a lei.

La questione è diventata particolarmente importante con la diffusione degli AirTag e degli altri tracker compatibili con reti di localizzazione. La tecnologia è quindi chiamata a risolvere un paradosso: deve essere abbastanza potente da permettere al proprietario di ritrovare un oggetto anche a grande distanza, ma abbastanza protetta da impedire che la stessa capacità venga utilizzata per sorvegliare una persona.

Una rete che cresce con gli smartphone

Il valore di un tracker non dipende soltanto dalle sue dimensioni o dalla batteria.

Dipende soprattutto dalla rete che lo circonda.

Più smartphone compatibili partecipano alla rete, maggiori sono le possibilità che un tracker smarrito venga rilevato da un dispositivo nelle vicinanze.

È per questo che la competizione tra Google e Apple non riguarda soltanto due piccoli accessori. Riguarda la capacità dei due gruppi di costruire grandi ecosistemi di dispositivi connessi.

Google può contare sulla diffusione mondiale di Android e sulla rete Find Hub, mentre Apple ha costruito negli anni il proprio sistema di localizzazione attorno all’iPhone e agli altri dispositivi dell’ecosistema.

Il tracker, in questo senso, è soltanto il punto visibile di una rete molto più grande.

La sfida ad AirTag

Con il Pixel Tag, Google si trova quindi a competere direttamente con una categoria di prodotti nella quale Apple ha avuto un ruolo decisivo.

Il prezzo americano del nuovo dispositivo Google, 29 dollari, è infatti allineato a quello dell’AirTag. La differenza principale non è tanto nel costo quanto nell’ecosistema nel quale il tracker viene utilizzato.

Per un utente Android, il Pixel Tag rappresenta la possibilità di utilizzare un dispositivo progettato direttamente da Google e integrato con Find Hub. Per chi utilizza iPhone, invece, l’AirTag resta legato alla rete e ai servizi Apple.

È un esempio di una tendenza più ampia della tecnologia contemporanea: non si compra più soltanto un dispositivo, ma l’accesso a una rete di servizi che lo rende utile.

Fonte foto: https://www.doctorspy.it/airtag-puo-sostituire-un-localizzatore-gps-professionale/?srsltid=AfmBOorr0oa3hgcBpaHJTE2RFWEaIG6TRz0SzmsOGxpHBz3i93GLX49c

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