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27 Ottobre 2026
27 Ottobre 2026

I limiti dell’AI secondo la sartoria su misura

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I limiti dell’AI secondo la sartoria su misura

C’è una soglia che l’intelligenza artificiale, per quanto evoluta, non può attraversare. È la soglia che separa il dato dalla materia, il calcolo dal gesto, l’algoritmo dal tatto. È la soglia della sartoria napoletana. Pino Peluso, Maestro sarto e presidente di Confartigianato Moda Napoli, lancia questa riflessione per analizzare il rapporto tra intelligenza artificiale e mestieri artigianali. Un confronto che nel caso della sartoria assume contorni precisi e una risposta altrettanto precisa.

“Posso usare l’intelligenza artificiale per gestire l’agenda, per promuovere il mio lavoro sui social, per ottimizzare gli acquisti dei tessuti — ha dichiarato Peluso — ma non esiste un software che possa prendere le misure di un uomo nel modo giusto. Non esiste un algoritmo che sappia leggere come cade una spalla, come si muove una schiena, cosa dice un fisico di chi lo abita. Questo non è romanticismo. È tecnica.”

La sartoria napoletana è costruita su un sapere che si trasmette attraverso il corpo prima che attraverso le parole. “L’apprendista osserva il maestro, ripete, sbaglia, corregge. Impara a guardare. Impara a toccare. Impara a capire che ogni cliente è una geometria diversa – ha proseguito – non solo di misure, ma di personalità, di portamento, di come si vuole presentare al mondo. Nessun modello predittivo può sostituire quell’osservazione, perché ciò che il Maestro legge non è codificabile in un dataset”. E difatti, un software può riprodurre un cartamodello, ma questo “è già il risultato di una lettura fatta da un occhio allenato da decenni, non da un processore – sottolinea il presidente di Confartigianato Moda Napoli – la differenza è tutta in quell’istante in cui il Maestro guarda il cliente e capisce, prima ancora di aprire il metro”. 

Il tema dell’intelligenza artificiale e dell’artigianato è oggi al centro del dibattito economico e culturale, con posizioni spesso polarizzate tra entusiasmo tecnologico e resistenza difensiva. Peluso propone una terza via, più pragmatica: distinguere con chiarezza i campi. “Non sono contro la tecnologia – ha precisato – sono a favore della lucidità. L’IA è uno strumento straordinario dove si tratta di elaborare dati, automatizzare processi, amplificare la comunicazione. L’IA è uno strumento straordinario per elaborare dati e automatizzare la gestione. Ma il momento in cui l’artigiano valuta la resa del tessuto sul corpo del cliente richiede sensibilità fisica e un’esperienza visiva che nessun sensore o algoritmo potrà mai replicare. E quand’anche un giorno molto vicino – perché prima o poi ci si arriverà – si riuscisse a realizzare una macchina capace di leggere la sensibilità, la resa finale, l’odore e le esigenze di un tessuto fino a trasformarlo in un abito perfetto e a replicare l’intero processo sartoriale, resta un interrogativo fondamentale: che senso ha rincorrere un’innovazione che rischia di mandare ad elemosinare milioni di esseri umani? I clienti vengono in sartoria per vivere un rapporto umano vero; se cercassero semplicemente un abito da acquistare, andrebbero altrove senza nemmeno chiedersi chi o cosa l’abbia realizzato.”

Una distinzione che vale per la sartoria quanto per molte altre arti e mestieri che fondano la loro eccellenza sulla presenza fisica, sul tempo, sull’unicità e la qualità irriproducibile del gesto artigianale. “Cento ore per un abito – ha concluso Peluso – non sono cento ore di inefficienza. Sono cento ore di umanità che diventano forma. Nessuna macchina, per quanto intelligente, potrà mai mettere in un abito ciò che ci mette un Maestro che conosce il suo cliente, la sua storia, il giorno per cui quell’abito viene fatto.”

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