La vicenda del giovane napoletano morto al Ciclope di Marina di Camerota ha scosso un po’ tutti. Una tragedia capitata nel picco massimo della polemica sulle morti in discoteca, dopo gli episodi di Gallipoli e Riccione. Ora è caccia ai responsabili. Tra quelli che hanno avuto modo di essere clienti della discoteca corre un unico pensiero: «Sarebbe potuto capitare a me». Dopo la tragedia il locale è stato sequestrato, ma non è la prima volta che le forze dell’ordine mettono i sigilli. Giovani, anzi giovanissimi gli assidui frequentato del locale che aveva fatto della sua particolare ubicazione un motivo di intrattenimento. Un punto di riferimento per chi voleva passare una serata particolare. Ad entrare di sbieco nel dibattito, tagliando cioè traversamente la situazione ed analizzandola, è don Gianni Citro. Don Gianni ormai da anni è a contatto con i giovani. Lui è l’ideatore del rinomato ‘Meeting del Mare’, sa di cosa si sta parlando.
«Quello che succederà non lo devo stabilire io – tuona don Gianni -. Mi auguro che chi invece ha il diritto ed il dovere di stabilirlo lo faccia questa volta con determinazione e lucidità. Sicuramente non è competenza del parroco del paese decidere cosa e quale debba essere il futuro di un esercizio commerciale». «Ci sono delle premesse, devono esserci delle premesse che siano innanzitutto nel rispetto e nella tutela della salute pubblica – il parroco di Marina di Camerota da tempo si era detto contrario a quella discoteca nella grotta, spiega, che aveva a cuore -. Soprattutto la salute dei più giovani perché quello è un luogo frequentato da giovanissimi, e da migliaia di giovanissimi. I pericoli erano noti e sono stati, secondo me, colpevolmente ignorati».
Le autorizzazioni, chi le ha date e perché? In molti se lo stanno chiedendo: «Secondo me le autorizzazioni non dovevano essere date. Ma è una cosa che io sto dicendo da tempo – racconta Don Gianni ai microfoni del giornale del Cilento – Sono giorni nei quali la discoteca è criminalizzata perché in queste ultime settimane c’è una carneficina di ragazzi in Italia che sono morti in discoteca, per altre ragioni, per droga, ma anche questi fatti appartengono alla storia del Ciclope».
«Quello che invece è accaduto è causato da un fenomeno che aveva già dato dei segnali di altissimo allarme perché più di una volta ci sono stati fenomeni franosi, sia all’interno che all’esterno della discoteca – sottolinea don Citro che poi spiega come a minimizzare l’accaduto ci si siano messi i ‘fan’ -. Adesso esplode il popolo dei fan del ciclope in difesa della discoteca e della sua integrità dicendo che le pietre sono cadute fuori e non dentro. Ecco io non so quanto sia sicura una casa il cui solaio è in sicurezza ma il cornicione è continuamente a rischio di crollo, significa che se sto dentro sto al sicuro ma appena tento di entrare o di uscire posso rimanere ucciso».
«Non dimentichiamo che da parte di un certo popolo dei giovani c’è una grande affezione ed attaccamento alla cultura dello sballo, è chiaro che questi qui hanno mille interessi a dire che il Ciclope è una specie di santuario di Pompei insomma – dichiara il sacerdote che4parlando delle responsabilità aggiunge – Credo che siano equamente ripartite le responsabilità tra la politica e i gestori perché chi gestisce fa i suoi interessi commerciali e cerca di farli incrociando il favore degli amministratori locali. Quando gli interessi degli uni e degli altri si incrociano da qualche parte succede quello che è successo, si ignorano cioè le ragioni gravi del pericolo e si pensa ad altro».
A sentire i più: Crescenzo Della Ragione, questo è il nome della vittima, non è morto ucciso da un pietra ma dal dio denaro. Ed è questo il messaggio che anche don Gianni veicola anche attraverso la pagina facebook del suo evento, il meeting del mare. «La responsabilità è di chi si è ostinato, in maniera accanita ed interessata, a difendere i termini di sicurezza di quel sito e a garantire puntualmente la fruibilità da parte di migliaia e migliaia di giovani che, secondo me, ogni notte ed in ogni eventi hanno rischiato la vita. Ho sempre avuto questa preoccupazione – racconta indignato don Gianni, proprio lo scorso anno sempre ad agosto alcune rocce si staccarono da un costone ma -. Di questo nessuno ha parlato, nessuno ha voluto parlare, anche se i testimoni oculari di questo episodio erano decine. Io non capisco in tutta franchezza, perché questo è un lato occulto della vita in queste discoteca. Non lo capisco e non capisco perché i ragazzi hanno paura di dire le cose ma probabilmente c’è un motivo concreto perché esploda questa paura».
Lo aveva sempre detto, don Gianni, che prima o poi qualcosa sarebbe accaduto. Che quel locale era pericoloso. I fatti, purtroppo, gli hanno dato ragione. «Io sono assolutamente addolorato di aver avuto ragione. Non sono sicuramente felice perché avrei voluto che questa ragione non arrivasse mai – confida ai microfoni di questa testata -. Sicuramente non vivo questo episodio come se fosse una soddisfazione guadagnata. Per me è una tragedia e rimane solo ed esclusivamente una tragedia. Ma era una tragedia che doveva essere evitata». Dopo la tragedia di ieri notte sono molti i genitori che si accaniscono contro il Ciclope. Ma in quella che potrebbe sembrare una giusta rabbia don Gianni vede anche tanta ipocrisia: «Leggo commenti di tante famiglie, anche delle mie comunità, che adesso demonizzano il Ciclope, ne parlano male, lo vorrebbero murato immediatamente, ma sono i primi che ci mandano i figli tutte le notti, che non mancano mai ad un appuntamento e mandano figli 15enni che si ritirano alle 6 o alle 7 del mattino – dito puntato dunque anche contro le famiglie -. Non ce la possiamo prendere solo ed esclusivamente con gestori ed amministratori. Secondo me anche le famiglie sono un po’ incapaci di captare quali sono i veri pericoli e dove sono. Probabilmente controllano poco la vita dei loro figli».
Ora spetta alla magistratura ricostruire i fatti e chiarire le responsabilità. Dal canto suo, don Citro assicura che farà «quello che ho sempre fatto. – ha detto – Dirò a mio rischio e pericolo quello che penso. Continuerò a prendermi insulti, maltrattamenti, soprattutto da parte del popolo dei giovani e dei fan della discoteca. Perché questo già sta succedendo. Ma nessuno più impedire al parroco di un paese che ha il dovere sacrosanto di avere cura delle persone, di avere cura della vita delle persone, del futuro soprattutto dei più giovani e dei contenuti etici di questa vita. Nessuno può impedire ad un parroco di una comunità di dire quello che pensa e che è suo dovere dire. Nemmeno i gestori di una discoteca – continua il parroco – che qualche volta si sono rivolti nei miei confronti in maniera offensiva e minacciosa. Loro facciano il loro dovere, curino i loro interessi finché ci riescono, quando poi le cose vanno in un altro modo spetta a me parlare. Non più a loro». Quello che – a detta del parroco – non avrebbero fatto gli amministratori: «Non hanno fatto il loro dovere e non so perché – e conclude – ma il sindaco Romano non deve dimettersi. Anzi, spero che più che mai resti al suo posto e faccia quello che doveva fare già da qualche anno».
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