Una commedia nera che diverte e inquieta: torna in scena a Salerno 456, l’opera più amata di Mattia Torre, sabato 7 e domenica 8 marzo al Teatro Pier Paolo Pasolini. Ambientata in una casa isolata tra le montagne, la pièce descrive la vita di una famiglia composta da padre, madre e figlio, intrappolata in un equilibrio precario fatto di diffidenza, superstizioni e rancori quotidiani. Tra accuse reciproche, liti per un sugo lasciato dalla nonna defunta e preghiere, i tre personaggi incarnano le contraddizioni e le fragilità di una società frammentata. L’arrivo di un ospite misterioso, atteso come possibile salvezza, scatena una serie di eventi che mettono a nudo la vulnerabilità dei personaggi e la loro incapacità di cambiare. Sul palco, un cast affiatatissimo: Massimo De Lorenzo, Carlo De Ruggieri e Cristina Pellegrino, con Giordano Agrusta. «La famiglia, – spiega Cristina Pellegrino – è un ambiente che ci riguarda tutti da secoli: è un nucleo che, per così dire, non passa mai di moda. Le dinamiche che si sviluppano al suo interno non sono sempre identiche, ma restano sorprendentemente simili oggi come cento anni fa. Cambiano le modalità, il contesto, il linguaggio, ma nei meccanismi più essenziali si assomigliano profondamente».
Attraverso dialoghi taglienti e situazioni paradossali, Torre costruisce una metafora dell’Italia contemporanea, capace di divertire e inquietare allo stesso tempo. «Lo affronta in modo eccezionale, perché riesce a muoversi su più livelli: da un lato l’espressività di uno spettacolo molto comico; dall’altro, in filigrana, una linea tragica e grottesca. – racconta Pellegrino – Questo emerge soprattutto nei rapporti tra i tre personaggi, padre, madre e figlio, che danno vita a un equilibrio continuamente instabile. A volte la madre si allea con il padre contro il figlio, altre volte il figlio si allea con il padre contro la madre. In realtà sono tre persone disperate che cercano di sopravvivere, aggrappandosi di volta in volta a ciò che accade sul piano relazionale. Ed è proprio in questo continuo gioco di alleanze e conflitti che si coglie l’essenza dell’essere umano». «Il mio personaggio, in quanto figura femminile di questa famiglia, risente in parte di un’impostazione chiaramente un po’ patriarcale, come viene raccontata. – aggiunge – Tuttavia possiede un’energia indomita: nonostante le batoste, fisiche e morali, riesce sempre a rialzarsi, fino alla fine. Metaforicamente ma anche fisicamente. Cerca in tutti i modi di toccare il suo angolo di felicità». De Lorenzo, De Ruggieri e Pellegrino costruiscono un ensemble compatto, capace di restituire la violenza affettiva, la comicità involontaria e la disperazione sotterranea che animano i tre personaggi.
«Ci sono molti aspetti che, col passare degli anni, continuano a colpirmi. – racconta De Ruggieri – Ciò che mi impressiona è che, in ogni periodo, risuonano temi e parole diverse. In questo momento, la rappresentazione di questa famiglia disgregata riflette in modo particolare ciò che stiamo vivendo: l’incapacità di trovare una logica e una razionalità in tutto ciò che accade». «Il mio personaggio è cambiato, – prosegue – non tanto nell’impostazione interpretativa, quanto nelle sfumature: si tratta di variazioni legate soprattutto a sensazioni interiori che emergono durante la recitazione. Lo spettacolo continua comunque a parlare al presente degli spettatori, a seconda del momento in cui viene rappresentato. L’impostazione dei personaggi e la regia restano quelle originali, concepite e create da Mattia Torre». Infine: «Spero che chi assista a questo spettacolo possa elaborare una visione critica, forse pessimista, della nostra società e del nostro modo di stare insieme, trovando al contempo una forma di rielaborazione per reagire. La storia racconta di una famiglia chiusa, che teme tutto ciò che sta al di fuori e fatica a comprendere il mondo intorno a sé, difficoltà rappresentata in modo geniale attraverso questa lingua inventata».
Ph Giansalvo Cannizzo











