
<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Angelo Gentile | Giornale del Cilento</title>
	<atom:link href="https://www.giornaledelcilento.it/author/angelo-gentile/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.giornaledelcilento.it</link>
	<description>Notizie dal Cilento. News, Cronaca, Turismo e Territorio</description>
	<lastBuildDate>Thu, 26 Jun 2025 14:58:42 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=6.9.4</generator>
	<item>
		<title>Esplorando la costa da Palinuro a Porto Infreschi: storia, natura e memoria nel nuovo lavoro di Angelo Gentile</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/esplorando-la-costa-da-palinuro-a-porto-infreschi-storia-natura-e-memoria-nel-nuovo-lavoro-di-angelo-gentile/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Gentile]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 14:58:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=207794</guid>

					<description><![CDATA[Una ricerca sulla costa cilentana rappresenta sempre una sfida per le difficoltà legate alla reperibilità delle fonti. A distanza di otto lustri dal primo lavoro su Marina, e a seguito [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Una ricerca sulla costa cilentana rappresenta sempre una sfida per le difficoltà legate alla reperibilità delle fonti. A distanza di otto lustri dal primo lavoro su Marina, e a seguito di richieste dei lettori, c’è stato bisogno di pubblicare altri documenti raccolti con pazienza e testardaggine. Il nuovo lavoro già in Premessa introduce un capitolo sul carsismo nel Basso Cilento con una scrupolosa registrazione delle cavità naturali sia sulla costa che all’interno, cavità esplorate nel corso degli anni da speleologi friulani e campani. Non poteva mancare nei successivi undici capitoli una presentazione del Paleolitico Inferiore, Medio, Superiore e Protostoria i cui siti sono importanti perché lungo la costa di Marina di Camerota essi rappresentano bene i detti periodi, anzi a volte sono dei pilastri per la storia delle ere geologiche. Un riferimento al clima e agli animali che hanno convissuto con l’uomo preistorico, spesso quali prede. Il periodo Greco- romano è stato scandagliato con tante difficoltà perché gli autori classici hanno fatto menzione solo del promontorio di Palinuro. </p>



<p>La costa nel Medio Evo, Basso ed Alto, non si prestava ad una vita tranquilla per i pericoli che venivano dal mare per cui i pochi abitanti, cercavano ovunque le zone interne rese più appetibili per la sicurezza del vivere. Un resoconto ricco di particolari sulla Guerra del Vespro che ha coinvolto la costa proprio perché sullo spartiacque degli scontri tra angioini ed aragonesi. Per quanto riguarda la costa nell’era moderna il pericolo è rappresentato dalle incursioni dei saraceni che hanno flagellato tutto il Tirreno, costringendo gli spagnoli a creare un complesso difensivo costiero capillare e che ancora si mostra nella sua monumentalità: le torri. Tutte le 12 torri dalla costa tra il fiume Mingardo ed il vallone Marcellino sono state studiate nei particolari, non ultimi le misure, i compiti dei torrieri, dei cavallari dei miles. La nascita del villaggio Marina è fatta risalire ben al di sotto della data ufficiale del 1848, con tanti documenti a corredo per suffragare quest’idea, a partire dal 1532, per passare al 1616 quando si ricostruì la cappella di S. Nicola, poi nel 1700 con più matrimoni, nascite e morti per approdare al 1724 quando si parla per la prima volta di “casalium” riferendosi alle poche casupole vicine al mare, per poi passare al 1736 quando compare il nome di Marina di Camerota e così per gli anni successivi. IL tutto con ricchezze di particolari: non ultimi i nomi delle prime persone di immigrate e la loro provenienza nonché la sistemazione familiare. Non potevano mancare le diatribe con il feudatario che voleva prevaricare su tutti e tutto e le lotte tra napoleonidi ed inglesi con il coinvolgimento dei locali. </p>



<p>Un cenno alla tonnara degli Infreschi e ai problemi dei marinai con gli affittuari. Gli ordigni della pesca e altri fatti a lei legati, come la marineria di Marina di Camerota. Un capitolo originale è quello della Chiesa a partire dalla cappelluccia di S. Nicola, poi abbandonata, per passare all’oratorio marchesale e, quindi, alla Chiesa di S. Domenico con tutti i nomi delle maestranze, residenti, che vi hanno lavorato e le spese relative a ciò che fu necessario per la sua difficile edificazione. Non mancano due schizzi del progetto, mai realizzati per motivi finanziari. L’attività protoindustriale legata all’erba spartea occupa un intero capitolo con riferimenti inediti alla lavorazione e alle maestranze con un lungo elenco delle donne coinvolte nel 1859, con dati per la identificazione tratti da altri documenti, sempre inediti. E’ presente anche la reazione antiunitaria del 1862 con l’invasione violenta di Marina, i fatti relativi ed i personaggi coinvolti. Ultimo capitolo tratta del nome “La Perla del Cilento” identificativo di Marina con articolo di riferimento e zincografia propagandistica dell’epoca, segue una relazione descrittiva del villaggio marinaresco del 1857. In appendice gli itinerari turistici per chi vuole conoscere meglio il Basso Cilento.</p>



<p>Questa edizione è limitata e numerata nelle copie.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La strada Camerota-Lentiscosa: un nuovo tratto per un’antica via di comunità</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/la-strada-camerota-lentiscosa-un-nuovo-tratto-per-unantica-via-di-comunita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Gentile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 May 2025 14:19:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Camerota]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=204228</guid>

					<description><![CDATA[L’amministrazione comunale ha inaugurato&#160;il 14 maggio una strada che mette in comunicazione Camerota-Licusati con Lentiscosa e si ricollega all’arteria per S. Giovanni a Piro, non sarà larga quanto le strade [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="s2">L’amministrazione comunale ha inaugurato&nbsp;il 14 maggio una strada che mette in comunicazione Camerota-Licusati con Lentiscosa e si ricollega all’arteria per S. Giovanni a Piro, non sarà larga quanto le strade statali bensì è simile alle interpoderali, ma è un’ opera utilissima&nbsp;a tutti i cittadini e non solo. A pensarci bene una strada carrozzabile era già presente nei disegni ed opera dei nostri antenati&nbsp;già 231 anni fa. Siamo nel 1810 e a gennaio l’Intendente&nbsp;del Principato Citra&nbsp;chiedeva di “riattare la strada&nbsp;riducendola allo stato primiero, senza farle la menoma innovazione” infatti, un sentiero già c’era da sempre e collegava i due Comuni di Camerota e Lentiscosa&nbsp;valicando il profondo vallone che li separa. Il “sindico Tommaso&nbsp;Pristieri” il 9 aprile 1810 scriveva:”&nbsp;Mi do l’onorecomplicarle la costrizione del contingente degli individui tanto di questo Comune, che di quello di Lentiscosa, non che delle&nbsp;Vitturee dell’uno e dell’altro per il disegno della&nbsp;riattazione&nbsp;delle strade in tenimento di esse due Comuni, in esecuzione ed obbedienza&nbsp;di suo provvedimento in data de 26 Gennaio&nbsp;cr.te&nbsp;anno, essendosi incominciata l’opera a norma delle sue istruzioni, ed ho l’onore di ascrivermi con ogni profondo rispetto”. Segue un puntiglioso “Notamento degli individui delle due Comuni riunite, impiegati per l’accomodo delle strade di esse due Comuni, in esecuzione di provvedimento del&nbsp;Sig&nbsp;Intendente della Provincia&nbsp;di Principato Citra”.</p>



<p class="s2">A&nbsp;onor&nbsp;del vero il percorso antico fu oggetto di discussione sul posto perché scegliendo un diverso tracciato,&nbsp;ancorchè&nbsp;più lungo, si&nbsp;aveva un sentiero più comodo e più facile da&nbsp;realizzare atteso che il più breve percorso necessitava di sforzi per allargarlo dove era stretto e malagevole per la presenza di rocce compatte di difficile demolizione.</p>



<p class="s2">L’elenco è sì in ordine alfabetico, ma relativo ai nomi propri e non ai cognomi come era usanza d’epoca.&nbsp;</p>



<p class="s2">Fra gli individui&nbsp;di Camerota segnati per la ricostruzione&nbsp;troviamoanche&nbsp;gli otto Decurioni ovvero il sindaco Tommaso&nbsp;Pristieri, Paride De Bellis, Gaetano Giannoccari, Alessandro De Tomasicancelliere, Nicola Mercurio, Antonio Calicchio, Nicola Filippo Greco, Gaetano Celli. Seguono&nbsp;i nomi di altri uomini, ben&nbsp;161 “travaglianti di Camerota”&nbsp;ovvero capifamiglia&nbsp;dove spicca&nbsp;però&nbsp;un sacerdote, Tommaso&nbsp;Sansivieri&nbsp;e la precisazione per&nbsp;trelavoranti&nbsp;(Rosario Di Luca,&nbsp;Rosario Farnetano&nbsp;e Vito&nbsp;Mangia&nbsp;)sostituiti dai rispettivi figli&nbsp;(Nicola,&nbsp;Angiolo&nbsp;e Domenico).&nbsp;E’altresì presente un&nbsp;Rosalbo&nbsp;Bortone “Direttore” forse allude alla direzione dei lavori in quanto&nbsp;costui&nbsp;era un&nbsp;muratore, un&nbsp;mastro.Tra gli altri Domenico Antonio&nbsp;e Vincenzo&nbsp;Scarpitta, forse parenti dell’attuale sindaco?</p>



<p class="s2">Fra gli individui del Comune di Lentiscosa&nbsp;ci sono anche&nbsp;i quattro Decurioni, ovvero Carlo Magliano Eletto di Polizia, Giuseppe Magliano, Nicola Zito, Nicola&nbsp;Coccorese. Seguono 82 “travaglianti del Comune suddetto”&nbsp;dovè&nbsp;presente un sacerdote, Domenico Sparace.&nbsp;&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; </p>



<p class="s2">Segue il notamento di 9 individui che posseggono cavalcature del Comune di&nbsp;Lentiscosa:&nbsp;&nbsp;Benedetto Rondinella una somara, Gaetano Marotta un somaro, Giuseppe Solazzo una somara, Gaetano Perrelli un somaro, Gaetano Peluso un somaro, Graziano D’Angiolo un somaro, Giuseppe Di Vivo un somaro, Pietro D’Onofrio un somaro.</p>



<p class="s2">Per Camerota i&nbsp;possessori di cavalcature da soma&nbsp;erano 18:&nbsp;&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Antonio Pellegrino un somaro, Andrea Puglia un mulo,&nbsp;Arcangiolo&nbsp;Mangia una somara, Alessandro Salerno un mulo, Francesco Antonio Serra un&nbsp;mulo, Francesco Antonio Conti una somara, Giovanni Pellegrino un somaro, Giuseppe Maria Salerno un mulo ed una somara, Giovanni Chirico una mula, Giuseppe D’Angiolo un somaro, Gaetano Saggiomo un somaro, Giacinto Calicchio una mula, Giovan Battista Nicolella due somari, Gennaro Palermo un somaro, Nicola Pellegrino un somaro, Nicola Di Muro una somara, Pasquale&nbsp;Ciociano&nbsp;due somari, Tommaso&nbsp;Buonammo&nbsp;un somaro.</p>



<p class="s2">Le persone tutte erano tenute a dare il proprio contributo,&nbsp;trattandosi di un bene comune utile alla cittadinanza&nbsp;che ne avrebbe beneficiato indistintamente;&nbsp;nel caso dei possessori di animali era la presenza delle stesse bestie ad essere considerata partecipazione per cui&nbsp;assolveva l’obbligo lavorativo. Ovviamente non tutti operavano contemporaneamente, ma a turno in modo da garantire&nbsp;da un lato&nbsp;la continuità dell’&nbsp;operazione&nbsp;di scavo,&nbsp;di&nbsp;demolizione di massi ingombranti il percorso scelto,&nbsp;di&nbsp;innalzamento di muri lapidei di protezione,&nbsp;di&nbsp;sistemazione del fondo stradale, degli scoli dell’acqua&nbsp;e dall’altro veniva&nbsp;fatta salva l’attività&nbsp;solita&nbsp;di ognuno&nbsp;che non poteva&nbsp;certamente&nbsp;essere abbandonata: si pensi agli animali&nbsp;(il bovaro Gabriele Farnetano)o alle esigenze delle campagne&nbsp;(la stragrande maggioranza dei segnati)&nbsp;o alle attività marinare&nbsp;( Vincenzo La Manna, Giuseppe Talamo, Biase Mega, Giovanni Mazzeo) o ad altre attività ( vasai Vincenzo e Nicola Calicchio, Tommaso Buonanno, Nunziato Pellegrino, Giuseppe D’Angiolo; i bottegai Tommaso Manduca, Francesco Chiusoli, Vito&nbsp;Sansiviero, Francesco Caputo, Andrea Puglia; il tavernaio Giovanni Manduca; lo speziale Francesco Antonio Conti; il&nbsp;cordoniere&nbsp;Nicola&nbsp;Colamatteo; il corriere delle Poste&nbsp;Arcangiolo&nbsp;Di Mauro; i calzolai Salvatore&nbsp;Sparice&nbsp;e Carlo Del Guercio).</p>



<p class="s2">Quando qualche&nbsp;possidente&nbsp;non se la sentiva di&nbsp;impegnare la propria opera fisica&nbsp;si faceva&nbsp;sostituire, a sue&nbsp;proprie&nbsp;spese, da altro lavorante&nbsp;volontariamente&nbsp;offertosi,&nbsp;essendo&nbsp;perfettamente legale&nbsp;la surrogazione, infatti,&nbsp;si ricorda che valeva anche per il servizio militare&nbsp;di leva a sorteggio, servizio che durava anni. I galantuomini non potevano accettare di rimanere assenti dal paese, dai propri interessi familiari e professionali, dagli studi&nbsp;e grazie al denaro “assolvevano” gli obblighi,&nbsp;con il&nbsp;contante&nbsp;offerto ad altri che consideravano la sostituzione, a questo punto,&nbsp;un vero e proprio lavoro&nbsp;(i “civili” ad esempio avrebbero retto alla fatica? I vari Michele Rondinella, Pasquale&nbsp;Pezzuti, Camillo Addati,&nbsp;Gaetano&nbsp;Coccorese,&nbsp;Francesco Serra,&nbsp;Gennaro&nbsp;Giuseppe&nbsp;ed&nbsp;Alessandro Salerno, Giovanni&nbsp;Pristieri, Vincenzo Giannoccari). Nell’elenco c’è, pertanto,&nbsp;sia&nbsp;la precisazione di “travaglianti” ovvero lavoratori-braccianti e,&nbsp;nello stesso tempo,&nbsp;sia&nbsp;la carica di altri,&nbsp;pochi,&nbsp;ma che&nbsp;dovranno contribuire in un modo o in un altro all’opera costruttiva utile alla collettività. In altri casi, quando si doveva pagare una tassa abbiamo l’offerta del lavoro delle braccia in sostituzione del denaro non avendo gli interessati altro bene che la&nbsp;propria&nbsp;fatica.&nbsp;E’&nbsp;avvenuto&nbsp;anche&nbsp;per la costruzione delle torricostiere&nbsp;come spiego&nbsp;in una mia&nbsp;ormai prossima&nbsp;pubblicazione&nbsp;e distribuzione:&nbsp;Esplorando la costa di Marina.</p>



<p class="s2">&nbsp;Ricercatore&nbsp;archivistico</p>



<p class="s2">Dott prof Angelo Gentile</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Funara d’erba, cordonara, libanara, strambaia: un po’ di storia</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/funara-derba-cordonara-libanara-strambaia-un-po-di-storia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Gentile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 May 2024 14:24:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Camerota]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<category><![CDATA[camerota]]></category>
		<category><![CDATA[strambaia]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=179425</guid>

					<description><![CDATA[Il giorno 20 e 21 aprile si è tenuto a Lentiscosa un interessante evento rievocativo della falciatura, battitura, intreccio, arrotolamento a mano dell’erba spartea detta “tonnara”, essendo utilizzata appunto anche [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il giorno 20 e 21 aprile si è tenuto a Lentiscosa un interessante evento rievocativo della falciatura, battitura, intreccio, arrotolamento a mano dell’<em>erba spartea</em> detta “<em>tonnara”</em>, essendo utilizzata appunto anche nelle tonnare della costa meridionale del Tirreno da epoche remote. L’evento è stato fortemente voluto dal “Comitato civico Lentiscosa è donna” e dal CAI di Monte Bulgheria sempre attento alla cultura dei territori cilentani. Durante la giornata del 21 sono stato chiamato a parlare della lavorazione dell’erba spartea e, quindi, di specificare meglio la storia delle ‘<em>libanare</em>’ e dell’economia legata alla lavorazione dei ‘<em>libani’</em> ovvero delle funi d’erba. Protagoniste tre donne Pasqualina, Maria e Maria che si sono mostrate al folto pubblico durante la realizzazione dei ‘<em>libani</em>’, aiutandosi nel ritmo lavorativo con canti popolari.</p>



<p>C’è da dire che l’ ‘<em>erba spartea’</em> o ‘<em>tonnara’</em> è conosciuta con altri nomi in diverse località dell’area mediterranea in cui cresce spontanea ed è stata utilizzata da tempi antichi per legare, per lo più le viti. Il nome scientifico, infatti, è <strong><em>Ampelodesmas mauritanicus</em></strong>, il primo termine di derivazione greca indica la vite ed il legaccio, mentre mauritanicus rimanda al Magreb, forse per un uso legato alla pesca dei tonni che gli arabi hanno introdotto in Sicilia e Calabria. Quest’erba è conosciuta col nome di <em>Vella</em> in Abruzzo, <em>Liami</em> in Sicilia, <em>Disa </em>a Palermo, <em>Sarracchio</em> in Toscana, <em>Gutumara</em> o <em>Lisara</em> in Calabria, <em>Erba Lisca</em> in Liguria, <em>Stramma</em> o “<em>Stramba”</em> nel Lazio e infine <em>Tonnara</em> nel nostro Cilento e nella riviera dei Cedri. Comunque venga chiamata l’utilizzo è sempre lo stesso: legami, corde sia per gli usi comuni che per la pesca. In quest’ultimo caso si può dire che la produzione delle funi/corde vegetali sia una vera e propria attività protoindustriale (sia per la mano d’opera impiegata, sia per i traffici che per i risvolti economici) o almeno industria a domicilio mancando strutture appositamente previste, tranne che per i depositi degli accaparratori. I <em>‘Libani’</em> erano inviati via mare alla costiera napoletana per gli allevamenti, numerosi, dei mitili ivi esistenti, altrimenti erano utilizzate per le tonnare sparse un po’ ovunque della costa tirrenica: in questo caso si evidenzia che nel 1811 il sindaco di Centola, Rinaldi, nello scrivere all’Intendente di Salerno della tonnara di Palinuro specificò che i libani, mancando sul posto, si potevano avere dal vicino comune di Camerota. Quello delle tonnare era un’attività altamente specializzata e che muoveva diversi ingenti capitali, centinaia di ducati per il fitto, poi altri per l’attivazione, per le reti e per il personale impiegato, composto da un rais o capo della tonnara più gli addetti in numero di circa 25 marinai, nel caso del Cilento erano arruolati dalla costa amalfitana e dalla Calabria. Una vedetta era invece posizionata a terra in posizione elevata e doveva avvertire l’arrivo dei tonni. Le tonnare erano di due tipi, siciliana e napoletana. Una volta pescati, i tonni erano lavorati sul posto prima di essere avviati nei luoghi dello smercio, in genere le città. Una parte piccola del pescato rimaneva a disposizione del territorio, ma il prezzo della merce era causa di litigi continui tra l’affittatore ed i residenti, così come la proibizione ai marinai locali di fare attività di pesca vicino alla tonnara.</p>



<p>Volendo ricostruire storicamente l’uso dei ‘<em>libani</em>’ si può risalire al secolo XIII, a quest’epoca molti storici fanno risalire l’uso di cordami vegetali per allestire le reti per la cattura dei tonni. Si parla di Castellabate o di Pisciotta, anche se personalmente credo che l’erba era lavorata a Rodio di Pisciotta avendo trovato traccia di tale lavorazione nella tradizione di questo piccolo borgo. Anzi in epoche successive, quando altri paesi lavoreranno l’erba tonnara le donne di Rodio erano conosciute per una migliore specializzazione (nel senso della sottigliezza del manufatto utile per allestire reti) con il nome di <em>“filannaia</em>” o <em>“filandaia</em>” (anno 1817).</p>



<p>I documenti da me studiati riportano ad un’intensa lavorazione dell’erba spartea proprio a Lentiscosa e sulla sua costa: se nel catasto onciario del 1741 non v’è traccia di lavoratrici o lavoratori specifici ho rinvenuto una tale Teresa D’Avenia, figlia di Antonio e Rosolina Talamo originari di Positano, nata nel 1711 e deceduta il 5 agosto del 1812, quindi di ben 101 anni, madre di 8 figli avuti da due matrimoni, il primo con Decio Cimmino e l’altro con Benedetto Tarallo. A parte l’età, ciò che più interessa è l’espressione che la identifica: “<strong><em>funara</em></strong>”. Questo è il primo appellativo ed è legato alla lavorazione dell’erba spartea e ricorre più volte nei documenti, con la dicitura <strong>“</strong><strong><em>funara</em></strong><strong><em>d’erba</em></strong><strong>”</strong>, questa specifica diversificava il termine “<em>funara”</em> perché in più parti dell’antico Regno delle due Sicilie esisteva il “<em>funaro</em>” o “<em>mastro funaro</em>” sin dal 1600. Ad esempio nella frazione di San Angelo di Mercato San Severino ne esistevano 11 che lavoravano la canapa o anche il lino per fare funi. Nei primi anni dell’Ottocento segue altro nome che si affianca a “<em>funara</em>”, cioè “<em>cordonara</em>” (sempre ‘<em>d’erba</em>’), è legato alle donne, ma in due casi c’è un uomo, tale Vincenzo Romano e Nicola Tarallo. Il mestiere si tramanda di madre in figlia. Non posso tacere che man mano che la costa si popolava arrivavano “specialisti” della lavorazione dell’erba com’è avvenuto per Teresa D’Avenia (da Positano), o Benedetta Mazzeo (famiglia di San Giovanni a Teduccio) sposata Bagnati, Chiara Talamo (famiglia di Positano) o Francescantonio Gentile  (da Parghelia famosa per le sue tonnare onde lavorare nella tonnara di proprietà del marchese di Camerota), ma anche Chiara Troccoli porta la sua esperienza nella lavorazione delle erbe venendo da Pisciotta col marito Francesco Mautone. Per questi ultimi la loro sistemazione è nel villaggio di Marina, vicino alla cappella di San Nicola o anche nelle case d’affitto appositamente costruite, allorquando la popolazione cresce. Anzi quasi tutte le prime famiglie che abitarono la marina che verrà detta poi di Camerota hanno più ‘<em>funare</em>’ e ‘<em>cordonare</em>’ e i cognomi si ripetono negli anni, aumentando solo il numero degli addetti. Ad esempio nel 1859 ben 130, tutte donne, lavoravano “<em>i libani</em>” in tutto il comune di Camerota, 90 erano del villaggio Marina. Vennero utilizzati anche altri nomi per indicare chi lavorava l’erba spartea, nel 1836 troviamo “<em>libanara</em>” usato due volte (famiglia Fasanaro e Bruno, quest’ultima nativa della Marina di Scario) e nel 1865 “<em>strambaja</em>”. Tenendo conto che i termini  ‘<em>funara’</em> e <em>‘cordonara’</em> sono utilizzati per molti anni in contemporanea, si può pensare che la lavorazione dia  prodotti diversi: col termine <em>‘funara’</em> si doveva indicare la lavorazione sic et simpliciter per ottenere le funi utilizzate ad ampio spettro e non solo marinaresco; col termine ‘<em>cordonara</em>’ ipotizzo una lavorazione più complessa ovvero intreccio ulteriore delle funi più volte per ottenere un prodotto molto resistente come quello  del l’impianto della tonnara o quello che l’ancorava agli scogli e la sorreggeva (“piede della tonnara”). Il termine “<em>libanara</em>” dovrebbe essere legato al semplice taglio dell’erba ed al suo trasporto con e senza l’ausilio di animali: erano le stesse donne che, creati dei grossi fasci d’erba, li trasportavano sul capo in perfetto equilibrio e per chilometri di sentieri malagevoli aiutandosi con un fazzoletto di cotone arrotolato posto sui capelli (“<em>spara</em>”). Questa idea è rafforzata da un episodio di taglio d’erba spartea illegale accaduto nel luglio-agosto 1836 di cui si occupò il giudice di pace di Camerota: le due donne coinvolte furono private della libertà e solo il versamento della garanzia da parte di colui che aveva affittato il taglio d’erba le fece uscire dal carcere a cui erano state condannate (sette anni!) e dopo appello alla Gran Corte Criminale che ebbe a dichiarare estinta l’azione penale con il Reale Indulto del 26 gennaio 1837. Si era trattato di uno sconfinamento in un terreno limitrofo per mero errore di indicazione di confini. Il fatto sottolinea l’importanza redditizia della falciatura d’erba spartea, tanto che il giudice aveva chiamato due periti di campagna per valutare il danno. L’ultimo termine, “<em>strambaja</em>” compare in un solo caso e dopo l’Unità: muore nel 1865 a 36 anni Antonia Troccoli sposata Talamo, ma la stessa alcuni anni prima è nell’elenco delle lavoratrici dell’erba spartea, senza specificazioni. Il termine ‘<em>strambaia’ </em>fu importato, forse, dal Lazio meridionale. In epoca successiva, lo ritrovo per Marina di Camerota. Per antichità andrebbe usato il primo termine in assoluto cioè “<strong><em>funara d’erba</em></strong>”.</p>



<p><a href="https://www.giornaledelcilento.it/author/angelo-gentile/" data-type="link" data-id="https://www.giornaledelcilento.it/author/angelo-gentile/">Tutti gli articoli di <em>Angelo Gentile, ricercatore archivistico e pubblicista</em></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>24 giugno 1836, «stupro mancato» a Marina di Camerota</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/24-giugno-1836-stupro-mancato-a-marina-di-camerota/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Gentile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Dec 2023 17:56:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Camerota]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<category><![CDATA[camerota]]></category>
		<category><![CDATA[cilento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=169411</guid>

					<description><![CDATA[Si parla e si sente di atti di violenza sulle donne, fatti incresciosi e/o tragici che per lo più avvengono all’interno della cerchia familiare. E’ un aspetto proprio della società [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Si parla e si sente di atti di violenza sulle donne, fatti incresciosi e/o tragici che per lo più avvengono all’interno della cerchia familiare. E’ un aspetto proprio della società contemporanea? Purtroppo no. <strong>Durante una mia ricerca mi sono imbattuto in una querela del 1 luglio 1836 in sintonia con ciò che accade oggi</strong>. L’episodio è il seguente: Vito Farnetano, operaio della Marina di Camerota, figlio del bovaro e perito di campagna Gabriele e di Samaritana Riccio, presenta una querela al Giudice Regio di Camerota, Tommaso Moscato per un episodio accaduto alla  giovane moglie, Vincenza Talamo. La coppia coabitava con i genitori di lui, in una casa di campagna, zona Sereni Capogrosso, mentre il paese di Marina altro non era che un casalino posto tra le due sponde del torrente (Isca, Trinta o delle fornaci) che divideva i due comuni di Camerota e Lentiscosa. Perché una casa lontana dall’aggregato di abitazioni? Mancava lo spazio letteralmente per costruire case essendo i terreni di fronte al mare di proprietà private quali l’ex feudatario Marchese, le famiglie Sofia, Palermo e sopratutto il Clero di Camerota. </p>



<p>Su questi terreni erano state edificate una a fianco all’altra case nuove per affittarle ad alto prezzo sia ai nuovi immigrati che alle nuove famiglie formate da persone nate in loco e desiderose di avere un tetto proprio e non spazi esigui superaffollati, a volte una stanza per un’intera famiglia. Per questi motivi alcuni, tra cui Gabriele Farnetano e Samaritana Riccio, avevano lasciato l’aggregato e fatto la difficile scelta della campagna dove era più facile trovare spazio per gli abituri e dove riusciva a svolgere la sua attività di bovaro. Il figlio Vito, ventisettenne si guadagnava da vivere con la fatica delle sue braccia essendo muratore (lo ritroviamo qualche anno dopo quale fornitore di calce) mentre la moglie ventitrenne era contadina e svolgeva faccende domestiche. La scelta della coabitazione era stata obbligata anche se altri due figli maschi, Gennaro e Vincenzo, avevano fatto scelte diverse. </p>



<p>Dunque Vito Farnetano il 1 luglio 1836 si rivolse al Giudice mandamentale per avere giustizia, accusando il fratello Vincenzo di stupro, armata mano di stilo, arma vietata, nei confronti della moglie Vincenza Talamo mentre la stessa tornava a casa dopo aver attinto acqua nel pozzo detto “<em>Li Sereni</em>” e aver riempito un barile. Dalla querela si evince che il 24 giugno alle ore 22 circa, Vincenza era andata al cosidetto… “<em>pozzillo, posto nella scogliera della Marina di Camerota, nel luogo detto Sereni, ed essendo pieno il barile di acqua se ne tornava in casa, quando vide arrivare suo cognato, mio fratello Vincenzo Farnetano, il quale li disse dov’è Vito, ed essa mia moglie rispose è qui sopra, e come era un alto scoglio da salire</em> (il pozzillo era posto tra gli scogli prossimo alla riva del mare, mia nota) <em>posò il barile che teneva in testa per posarselo nuovamente dopo salito lo scoglio, allora il detto mio fratello Vincenzo la prese pel braccio facendogli conoscere che la voleva abusare nell’onore, e&nbsp; questa voltò all’altra parte dello scoglio per sfuggire, ma Vincenzo l’afferrò per la gonna, indi per la gola, che ne riportò delle lividure ed in mentre cacciò cacciò fuori il membro virile al che la detta mia moglie gli tirò un calcio e questo vi è maggiormente acceso di fuoco la prese di nuovo per la gola e vedendo che mia moglie si svincolava per non stare con esso la prese per tirarla a mare. Spiego che nel ciò fare il Vincenzo Farnetano teneva al fianco un coltello lungo circa un palmo, col manico nero che lo prese per ferirmi che poi non fece per la forza che detta mia moglie fece e per le grida</em>”. Intorno non c’era nessuno essendo zona disabitata e lontana dalle poche case di Marina. Le parole di Vito si confondono con quelle della moglie. Il fatto venne raccontato a Vincenzo Scarpitta, anni 18, operaio con casa ai Previteri, altra zona allora in aperta campagna e scelta per abitazioni più economiche, ma abbastanza vicina a quella di Gabriele Farnetano. </p>



<p>Infatti, questo giovane era andato a casa Farnetano ai Sereni &nbsp;e si tratteneva a parlare con i suoceri di Vincenza quando questa tornò tutta agitata e riferì ciò che era accaduto. Il Giudice il 1 agosto convocò a Camerota&nbsp; lo Scarpitta per avere elementi. Costui non mancò alla chiamata e si recò a Camerota presso l’ufficio del Giudice all’interno dell’ex monastero dei padri cappuccini percorrendo la strada che dai Previteri saliva al Canto e quindi dopo un ponte di legno giungeva al giardino dell’ex convento. Riferì al Giudice che aveva visto Vincenza Talamo rientrare in casa dei suoceri, coi quali coabitava, recando con sé un barile col quale era andata a prendere acqua in un pozzo “<em>sito nella contrada detta Capogrosso, seu Sereni</em>. Dalla testimonianza di Vincenzo Scarpitta: la donna raccontò che mentre attingeva acqua… “<em>era stata assalita da Vincenzo Farnetano altro figlio di detto Gabriele che vive separatamente dal padre e che dal medesimo Vincenzo era stata violentata nell’onore e, disse ancora, che in tal’atto era armato di coltello lungo, ma che non vide il deponente violentare la Vincenza Talamo né minacciarla col coltello perché non stava in quel luogo</em>, <em>ma ben vero in casa di esso Gabriele Farnetano, ch’è sita in qualche distanza dal luogo in cui era accaduto</em>”. </p>



<p>Riferiva, quindi, quello che disse la donna nel suo rientro a casa a lui e ai suoceri. La presunta vittima Vincenza fu invitata dal Giudice Moscato a presentare prove ovvero “<em>elementi per somministrargli alla Giustizia sul conto di Vincenzo</em>”, ma la donna non ne aveva e rispose negativamente: era la sua parola contro quella del cognato essendo il “<em>Pozzillo</em>” luogo per attingere acqua in ambito…”<em>recondido senza alcuna strada di passaggio</em>”. La faccenda, attesa la scarsità di prove oggettive non poteva avere altro percorso che l’archiviazione e, infatti, così la Gran Corte Criminale di Salerno si espresse il 13 febbraio 1837 dichiarando abolita l’azione penale<em>…” per insufficienza di indizi e per la Reale indulgenza del 26 gennaio 1837</em>”.&nbsp; Viene da dire nulla di nuovo sotto il sole.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il mito eterno del nocchiero Palinuro</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/il-mito-eterno-del-nocchiero-palinuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Gentile]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 16 May 2023 09:13:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Centola-Palinuro]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<category><![CDATA[cilento]]></category>
		<category><![CDATA[parco del cilento]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=155873</guid>

					<description><![CDATA[Per il turista che da Marina di Camerota si reca a Palinuro lungo la strada che costeggia la Cala del Cefalo, appare un promontorio massiccio che invade il mare con [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Per il turista che da Marina di Camerota si reca a Palinuro lungo la strada che costeggia la Cala del Cefalo, appare un promontorio massiccio che invade il mare con su in sommità una costruzione semaforica, avvicinandosi di più si può vedere un grande scoglio rassomigliante a un coniglio e un grande buco nella roccia, vicino al fiume Mingardo, che è nomato Arco Naturale. Dall’altra parte del promontorio, Palinuro antico borgo marinaro, oggi meta agognata dai turisti di tutto il mondo</p>



<p>Il nome deriverebbe da <strong><em>Palinouros</em></strong> cioè “<em>vento contrario</em>” o “<em>vento che gira</em>” in considerazione che la zona è sottoposta a venti e, conseguentemente, da correnti alquanto pericolose. Infatti, quando il vento libeccio o maestrale spira, il mare antistante il borgo di Palinuro diventa pericoloso per i natanti, ma ci si può rifugiare dall’altra parte del promontorio, alla Marinella, vicino allo scoglio del Coniglio; quando il vento spira da sud, il rifugio sicuro diventa il porto di Palinuro, da questa parte del promontorio. Gli storici antichi non citano una città dal nome “Palinuro”, ma nel 1939 in località Tempa della Guardia, in posizione elevata affacciante sul fiume Lambro furono scoperte e scavate 17 tombe, c’era quindi un insediamento con vita breve, con cinta muraria a blocchi. Le sepolture poggiavano su fondi di precedenti capanne neolitiche. Tra i resti di ceramiche abbondanti, fu rinvenuta uno statere d’argento con la scritta PAL Mal e l’effige di un cinghiale. In vero sembrerebbe che si facesse riferimento alla vita commerciale-politica della città-stato e l’emblema del cinghiale un riferimento alla “<em>ver sacra”</em> (primavera sacra) e quindi all’animale guida preso come riferimento per la nuova città e/o colonia dei giovani designati allo scopo, partenti dalla città madre che non poteva più ospitarli per varie cause.</p>



<p>Sia al Cabinet des Medilles di Parigi, sia al museo di Berlino, sia al British Museum di Londra si conservano 3 monete d’argento (stateri) del VI secolo avanti Cristo con la figura di un cinghiale in movimento e l’iscrizione <strong>PAL</strong> da una parte e dall’altra <strong>MOL</strong>, ovvero Palinuro e Molpa. Il primo a possedere una simile moneta fu il duca De Luynes, ma credeva che fosse un falso. Non vi è traccia, come detto, negli autori antichi di queste due città che secondo alcuni erano economicamente alleate per battere moneta. Plinio e Strabone citano, però, il Capo Palinuro (o anche Capo Spartivento come riportato in carte nautiche) in riferimento al celeberrimo nocchiero virgiliano. Dal riferimento all’autore latino e alla sua più famosa opera, l’Eneide, si estrapola la leggenda di Venere supplicante il crudele dio del mare Nettuno, affinchè rendesse sicuro il tratto di mare che Enea ed i troiani avrebbero percorso veleggiando verso la costa laziale, dove poi sarebbe sorta Roma. Nettuno promise che un solo uomo sarebbe stato sacrificato, “<em>uno per tutti sarà tratto a morte</em>”. La vicenda narrata nel Quinto Libro è nota, Palinuro, avanti agli altri per scelta di Enea che di lui si fidava, tracciava la rotta nel mare mosso, intanto giunse la notte e tutti si erano addormentati sui banchi lignei, tranne l’intrepido Palinuro che aggrappato al timone vigilava nella notte tempestosa finchè sotto le spoglie del compagno Forbante, si presentò il dio Sonno che lo invitava a riposarsi perché lo avrebbe sostituito lui al timone. Palinuro rifiutò per rispettare l’impegno preso con Enea, ma il dio Sonno, con un rametto del fiume infernale Letè, lo toccò sulle tempie addormentandolo e spingendolo in acqua con tutto il timone a cui il povero nocchiero rimaneva aggrappato. Nessuno si accorse della tragedia e la nave continuò la navigazione. Nel Sesto Libro dell’Eneide, Virgilio immagina che Enea per rivedere il padre Anchise morto, chiede alla Sibilla di scendere nell’Averno e lì, sulla sospirata riva dell’Acheronte s’imbatte nell’ombra di Palinuro, che è costretto, in quanto insepolto, a rimanervi cento anni prima di essere traghettato agli Inferi. Enea gli chiede cosa fosse successo e Palinuro, disperato, risponde che era aggrappato al timone per tenere meglio la rotta, ma questo si era staccato improvvisamente trascinandolo fra le onde. Per tre giorni e tre notti aveva lottato tra i flutti finchè la corrente non lo spinse su una scogliera, ivi la popolazione, credendolo un mostro marino, lo trucidò lasciandolo sul lido. Quindi l’afflitto defunto/ombra supplica il condottiero troiano (eroe delle armi e della pietà) di provvedere alla sua sepoltura, tornando un poco indietro fino al porto di Velia. La sepoltura è la condizio sine qua non dell’ingresso agli Inferi, altrimenti negato alle ombre. La Sibilla interviene e rassicura Palinuro che quelle stesse popolazioni che l’hanno ucciso, lo seppelliranno per evitare vendette divine e il suo nome, “Palinuro”, sarà dato al luogo della tragedia, e ricordato in eterno entrando di fatto nella gloria! Ciò è sufficiente per placare il dolore di Palinuro.</p>



<p>Abbiamo, quindi, due versioni:&nbsp;</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>nel Quinto Libro, Palinuro è addormentato dal dio Sonno e sospinto in mare;&nbsp;</li>



<li>nel Sesto Libro, Palinuro cade in mare per la rottura del timone a cui era aggrappato.&nbsp;</li>
</ol>



<p>Una discordanza evidente. Alcuni letterati propendono per due momenti diversi di scrittura dei testi del Quinto e del Sesto libro dell’Eneide e, quindi, in una dimenticanza distrattiva di Virgilio, ma, forse, la risposta sta nel filo stesso della narrazione: il nocchiero Palinuro non sapeva dell’intervento della divinità per ottenere l’unico uomo da sacrificare, secondo i voleri di Nettuno e, infatti, riferisce ad Enea ciò che è a sua conoscenza; invece l’episodio presentato nel Quinto Libro appartiene alla fantasia ed all’architettura dell’opera intera, ovvero Virgilio è <strong>narratore onnisciente</strong> e fa riferimenti a fatti pregressi, a volontà divine espresse dall’inizio dell’opera secondo un suo filo logico e l’anima romantica con sviluppo complesso che attraversa i Dodici Libri dell’Eneide.</p>



<p>Questa bellissima narrazione-leggenda sin dalla pubblicazione è stata letta e tramandata da 20 secoli, ormai conosciuta e famosa nel Mondo intero rendendo di fatto eterno il nome della cittadina marinara di Palinuro e del suo omonimo Promontorio, un vero mito.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Maracuoccio o Maricocci ? Un po’ di notizie certe</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/maracuoccio-o-maricocci-un-po-di-notizie-certe/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Gentile]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Nov 2022 08:30:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Camerota]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=146000</guid>

					<description><![CDATA[Sicuramente l’attuale seme Maracuoccio/Maricocci è della famiglia delle leguminose. Gli studi sono statitanti,specie per il genere Pisum che presenta molti tipi spontanei, assai diversi dal punto di vista morfologico. Tutti [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Sicuramente l’attuale seme Maracuoccio/Maricocci è della famiglia delle leguminose. Gli studi sono stati<br>tanti,specie per il genere Pisum che presenta molti tipi spontanei, assai diversi dal punto di vista morfologico.</p>



<p>Tutti i tipi, però, sia spontanei che coltivati, hanno in comune lo stesso numero di cromosomi che indurrebbe a non usare nomi differenti. In recenti studi il Pisum Arvense sarebbe la specie maggiore e tutte le altre sarebbero delle varietà. In diverse parti d’Italia il Pisum lo si trova allo stato spontaneo, utilizzato come foraggio per il bestiame, anche se a Colfiorito (Perugia) se ne ricava una polenta detta “farrecchiata” e il seme Roveia.</p>



<p>In Campania, solo a Lentiscosa lo si trovava coltivato a scopi commestibili, seminato in terreni non altrimenti sfruttati da colture, aree povere a resa bassa. Si seminava in gennaio-febbraio in piccoli o piccolissimi appezzamenti anche scarsamente fertili, senza presenza di acqua, essendo naturalmente molto resistente alla siccità e agli agenti iperfrigeranti. Ciò lo rendeva prezioso per quella parte della popolazione che non aveva possibilità di seminare altro. La raccolta a luglio, quando la piantina, bassa, era giunta a maturazione coi suoi piccoli baccelli. </p>



<p>Era tutta la pianta, e lo è tutt’ora, ad essere strappata dal suolo, una per una, per poi metterla a seccare al sole estivo e ad essiccazione completa, si potevano ottenere i piccoli semi (cuocci in dialetto lentiscosano perché ricordavano i porri della pelle indicati con questo nome) previa battitura, ma con l’accortezza di mettere sotto le piantine un telo, dei sacchi onde non disperdere gli stessi semi. Il colore di questi è vario, dal marroncino al perla, un po’ squadrati. </p>



<p>Dopo la raccolta, modesta per non dire scarsa, i semi venivano ridotti in farina grazie alle “macinelle” ovvero due dischi di pietra di cui il superiore mobile e forato al centro. Dal foro s’inserivano i semi (ciò valeva anche per altri farinacei) e con la forza delle braccia si faceva girare la mola superiore dotata di un manico. </p>



<p>A Lentiscosa queste macine erano presenti in tutte le famiglie più facoltose. Una di queste, famiglia Zito, ne aveva alcune poste a batteria, fittate a chi aveva bisogno di macinare granaglie, lasciando una parte del ricavato come paga in natura. Un artigiano che le costruiva, lavorando la pietra (tratta dalla località il Lavinaio e le Mole a Lentiscosa e la scogliera a Marina di Camerota che è chiamata Macinelle per l’appunto) da me intervistato all’inizio degli anni Ottanta, è stato Luca Marotta, per antonomasia zio Luca. Mi è stato riferito che anche le piante a semi neri erano consumati, sebbene da singola persona. Ciò non deve meravigliare perché la quantità dei Maracuocci/Maricocci è sempre stata assai limitata essendo faticosa la lavorazione, non proporzionata alla rendita. </p>



<p>Ho rinvenuto la prima notizia dei Maracuocci/Maricocci in un documento che riportava meticolosamente la questua in paese per la festività di Santa Rosalia, registrata sotto l’anno 1805: frate Antonio oltre a un tomolo e stoppella sette di grano ebbe anche un rotolo e mezzo di “maricocci” (cioè 1.335 grammi pari a ducati 0,10). Il valore è indiscutibilmente basso, come pure la quantità, ma si tratta di un’offerta di un fedele che aveva i maricocci in casa e li donò per la festa della padrona Santa Rosalia. Ancora, ho rinvenuto in archivio altre notizie: dal comando della 227^ Divisione- Ufficio di Collegamento con 51 TOWN Major- prot n. 894/H2 novembre 1945, lettera inviata a Camerota, al Genio Militare Italiano, al Presidio Militare di Salerno dal tenente colonnello Andrea Latella che dice :” Il TOWN MAJOR di Salerno con f. TM 27/443 del 16 ottobre 1945 ha comunicato che l’isola di Camerota dal 16 ottobre 1945 non sarà più usata come zona di esercitazione tiro”. </p>



<p>Potrebbe sembrare estranea la notizia, ma da questa deriva la possibilità di chiedere i danni per i tiri<br>di esercitazione della flotta alleata nelle terre occupate quali “zona di fuoco”, tiri che danneggiarono, ad<br>esempio la torre di Cala Bianca forandola. Tanti furono i danni e schegge di bombe sono state raccolte da più persone anche per trasformarle in attrezzi o solo per ricordo (ne conservo una che raccolsisu Monte Pistillo durante un’escursione giovanile). </p>



<p>Da questa creduta possibilità di chiedere un rimborso è possibile conoscere le coltivazioni del Comune di Camerota: olivi, peri, mandorli, meli, fichi, viti, carrubi, grano, orzo, granturco, fave, favette, fagioli, patate, pomodori, zucchine, piselli, noci, castagni, ciliegi, sorbi, nespoli, gelsi, susini, peschi, ma anche lupinelli, lupini, cipolle nonché lino (due soli terreni). Non manca la coltivazione dei maricocci: Del Gaudio Gaetano fu Giuseppe a Gariniello lamentava la mancata produzione di “Vizzi seminati kg 2”; Bellucci Giuseppe fu Francesco a Vaiamonte “Vizzo bianco seminato kg 4”; Del Gaudio Antonio fu Gaetano a Varco del Nocillo danni a 4.000 mq di terreno a “Vecce”; Russo Salvatore fu Antonio a Linfreschi, danni a 20 are a “Veccia”. Su 144 richieste totali il termine Maracuocci/Maricocci non è assolutamente riportato se non nel nome di “Vizzi-veccia-vecce” e solo in quattro richieste degli stessi proprietari lentiscosani.<br></p>



<p>Prodotto di nicchia, piccola nicchia, oggi i Maracuocci/Maricocci sono ricercati da chi viene in vacanza sulla nostra splendida costa, sotto forma di polenta chiamata in dialetto “Maracucciata”, deliziosa per il leggero sapore amarognolo. La sua preparazione ha ormai regole fisse essendo un prodotto presidio Slow Food dal 2016.</p>



<p>Atteso che a Lentiscosa il più antico nome ufficiale di questo genere di Pisum, anno 1805, è “Maricocci” sarebbe forse corretto usarlo al posto di “Maracuocci”, voce diffusa in paese, ma più recente.  Per altre informazioni storiche su Lentiscosa vedi la mia ricerca “Santa Rosalia e Lentiscosa, storia civile e religiosa di un paese del Cilento” Palladio ed, SA, 2008</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Alcune riflessioni sulle genti antiche e lucane del Golfo di Policastro</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/alcune-riflessioni-sulle-genti-antiche-e-lucane-del-golfo-di-policastro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Gentile]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 Apr 2022 15:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=135143</guid>

					<description><![CDATA[Tutto il territorio del Golfo di Policastro è stato frequentato/abitato già in epoca preistorica: reperti del Paleolitico Inferiore rinvenuti in costa tra Capo Infreschi e Capo Palinuro e presso Scario. [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Tutto il territorio del Golfo di Policastro è stato frequentato/abitato già in epoca preistorica: reperti del Paleolitico Inferiore rinvenuti in costa tra Capo Infreschi e Capo Palinuro e presso Scario. Altre tracce del Paleolitico Medio nelle stesse zone e sul monte Cervati Vallicelle. Per periodi più vicini quale il Bronzo Appenninico reperti importanti vicino Porto Infreschi e Scario, Sapri (grotta Cartolano e Carnale) e valico dello Scorzo. La scoperta intorno a Sapri rimanda ad un nodo di comunicazione tra le valli del Noce-costa ionica e tirrenica, cioè una via di comunicazione tra il Golfo di Policastro e il Golfo di Taranto o almeno di camminamenti di genti nomadi per l’attività predominante, la pastorizia, che vivevano nella zona del Siris e la vallata del fiume Noce, tenuto anche conto dei ricchi pascoli che costituiscono le valli tra il Monte Coccoviello Serralunga, Cocuzzo, Pannello, Juncolo e l’abbondanza delle acque per l’abbeveraggio del bestiame. Tanti storici parlano allora delle “<strong>vie istmiche</strong>”. Questi insediamenti si differenziano da quelli costieri per la presenza di numerosi gruppi di genti enotrie, non isolati, dediti all’allevamento del bestiame; gli insediamenti costieri per lo più erano frutto della colonizzazione greca a partire dal secolo VIII a C., prediligendo, tra le attività di sostentamento, la pesca e la raccolta di molluschi affiancata alla produzione e allo scambio di manufatti. La fase finale del Bronzo è tutt’ora in fase di studio, ma si ebbe certamente la diffusione dell’incinerazione che ha caratterizzato una certa unità culturale del periodo. Ugualmente poco conosciuta, per il Golfo di Policastro, l’età iniziale del Ferro, per la quale bisognerà attendere il VI secolo a C, in piena colonizzazione greca per avere testimonianze certe, quali la fondazione di Pixunte che utilizza monete in comunione con Siris, a parziale conferma di quanto sinora detto. A tale riguardo questo centro sembrerebbe più un insediamento indigeno ellenizzato, che un vero e proprio centro greco, perciò già esistente prima dell’VIII secolo a C.</p>



<p>Lungo la fascia costiera cilentana troviamo coloni greci sin dal II millennio a C per l’espansione dei traffici micenei, quindi relazioni commerciali tra la Grecia e le regioni meridionali, forse vi furono correnti migratorie dall’area orientale egea verso l’Occidente. I centri greci o di influenza greca, in Campania sorsero a diretto contatto con il mare, perciò in funzione essenzialmente di porto, e in ordine alla loro situazione geografica, si dividono in tre gruppi:</p>



<p>1) colonie fondate per il controllo delle rotte importanti;</p>



<p>2) colonie di archi costieri per sfruttare le risorse del retroterra;</p>



<p>3) subcolonie sorte alo sbocco di vie istmiche.</p>



<p>Poisedonia e Pixunte sono da annoverare al terzo gruppo. Relativamente a Pixunte, individuata nella Buxentum latina, odierna Policastro Bussentino, essa è di origine enotria ed era collegata alla Sirtide attraverso il fiume Bussento, Vallo di Diano (densamente popolato per l’abbondanza di pascoli) e la Valle del Sinni. Strabone la ricorda assegnando lo stesso nome al porto, alla città e al fiume. Prima del V secolo nessuno storico la cita, è, però, già presente nella numismatica del VI secolo. Secondo Diodoro Siculo, Micito, reggente e tiranno di Reggio e di Messina, tutore dei figli di Anassilao, vi inviò una colonia nell’anno 471-470, ma il centro era esistente come da numismatica, poi caduto in rovina a causa del crollo della città di Sibari (510 a C per opera della nemica Crotone) da cui dipendeva con la consociata Siri. La città fu abitata anche durante l’occupazione lucana fino al 280 a C. La certezza che la zona fosse importante per i traffici marittimi dei popoli del Mediterraneo, oltre che asserita da più storici, è confermata da un ritrovamento di resti di mattoni in Policastro, classificati di tipo velino del IV secolo a C. Possiamo asserire che i traffici dovevano essere estesi, abbracciando le colonie greche, affacciantesi sul Tirreno. Anche le monete, rinvenute un po’ ovunque, confermano questa tesi. La popolazione non s’era stanziata solo sulla costa, ma fruiva delle zone interne (<em>chora</em>) vuoi per trafficare con i popoli italioti, vuoi per la legna, il legname da costruzione, la pastorizia e, ovviamente l’immancabile agricoltura.</p>



<p>A partire dal V secolo, a seguito delle migrazioni dei Sanniti dal nord, fanno la loro comparsa i Lucani, appartenenti alle genti sannitiche, essi occupano (oltre che Poseidonia) siti d’altura come Roccagloriosa, Caselle, Sanza, Torraca alcuni dei quali già frequentati in precedenza, ma solo dalla metà del IV secolo tutta la regione vede lo svilupparsi di un sistema insediativo con abitati fortificati da imponenti cinte murarie tranne l’eccezione di Laurelli (Caselle in Pittari) che comunque è ben posizionata. Gli stessi popolano le campagne con fattorie e piccoli agglomerati rurali o “<em>vici</em>”, la cui vita è in funzione residenziale e produttiva con una durata dal IV al I secolo a C. Essi sono il nucleo vitale della società lucana del Golfo di Policastro, numerosi e disseminati intorno ai fiumi Mingardo, Bussento e Bussentino. La zona interna al Golfo rientrava sì nella fascia di pertinenza dell’insediamento greco, ma non distante dal territorio dei Lucani sontini (Sanza) e da Roccagloriosa, importante centro lucano. Secondo Plinio, Strabone, Dionigi di Alicarnasso e Cluverio si tratterebbe di Enotri che dominavano le terre fino al Sele e a sud Lao fino al fiume Bradano, praticamente, quella che più tardi verrà indicata come “Lucania”. Trattasi sempre di popolazioni mai omogenee, ma composite, ciò spiega denominazioni quali Itali, Morgeti, Siculi, Enotri ecc pur facendo riferimento alla stessa zona geografica con inconsistenti frontiere tribali e fluida situazione etnica: un gruppo di tribù appartenenti ad un unico ceppo di origine sannitica, indicato con il nome di “lucani”. E’ la convinzione di diversi storici antichi che sostennero l’invio nell’Italia Meridionale di più tribù come coloni per poter controllare questa regione ed eventualmente contrapporsi alla colonizzazione greca. Plinio il Vecchio nella sua <em>Naturalis Historia</em> scrive che l’Italia Meridionale era tenuta dai Pelasgi, dagli Enotri, dagli Itali, dai Morgeti, dai Siculi e in seguito dai Lucani nati dai Sanniti, comandati da Lucio da cui venne il loro nome. I confini con questo autore diventano più certi: dal Sele in giù con l’<em>oppidum</em> di Paestum, Velia Buxentum, Lao. Lo stesso sostiene Strabone riferendosi a Timeo, a Posidonio e ad Eratostene, il grande geografo-bibliotecario di Alessandria del III secolo a C. Per far fronte ad una calamità, o ad una concentrazione demografica, una parte della popolazione emigrava: è il caso dei Lucani che si allontanarono dai Sanniti e, dopo anni di lotta, intorno alla metà del IV secolo a C, divennero i veri padroni dell’entità regionale che prese il nome dal loro etnico. Essi si preoccuparono di presidiare e sfruttare le zone interne, avendo difficoltà espansive verso le coste, ove si scontrarono con i Greci, che le avevano occupate: tutto il litorale dal Golfo di Taranto fino alla foce del Sele, circumnavigando la Calabria. Strabone scrive, infatti, che i Greci ed i Lucani combatterono per lungo tempo tra di loro. In più occasioni l’autore parla dei Lucani come di un popolo dell’interno, che si spostava lungo itinerari dettati dall’esperienza della transumanza stagionale, per l’esigenza di pascoli invernali in pianura e di pascoli estivi con possibilità di abbeveraggio. Questo popolo, però, non compare nel minuzioso elenco delle popolazioni barbariche immigrate, statuito da Dionigi di Alicarnasso, vi compaiono bensì i Brettii (ribelli fuggiaschi), forse perché i primi non erano considerati barbari come i secondi. I Lucani erano organizzati per città/perno, intorno a cui ruotavano tanti altri piccoli stanziamenti in funzione economica (nuclei isolati di fattorie in zone di sfruttamento pastorale e agricolo e che, in momenti di tensione, potevano essere abbandonati per ritirarsi nei centri più grandi forniti di mura) e a volte in funzione difensiva (“<em>loca munita</em>” di tradizione liviana). Questi centri più piccoli, a volte solo stagionali, erano dipendenti e tributari delle città/perno. Il tutto nell’ottica di un’ottimizzazione del territorio, inteso come patrimonio da salvaguardare, sia in chiave economica che militare.  Per educare i propri figli, a dar retta a Giustino e a Strabone, utilizzavano i pastori al loro servizio, chiamati Brettii, dopo la loro ribellione (anno 356 a C): “<em>sic ad labores bellicos indurabantur</em>”, ovvero come modello di vita pastorale, privi di servitù, senza inutili indumenti e lontani dagli usi e agi urbani. Sin dalla pubertà questi ragazzi vivevano nelle selve, fra i pastori, cibandosi delle prede di cacciagione, latte e di acqua di sorgente, così da temprarsi ad una vita difficile, dura, in cui solo i più resistenti e capaci riuscivano ad avere la meglio. La scissione tra Lucani e Brettii è avvenuta quando i secondi parteciparono alle scorrerie/azioni belliche a fianco dei primi, conquistando sul campo il diritto di parità. Alla scissione contribuirono i giovani lucani, addestrati “<em>ab origine”</em> della loro vita all’ “<em>ars belli”</em>, così come descritto, diventando protagonisti della maturazione sociale dei Brettii. La stessa presenza di Lucani all’interno dei Brettii impedì una risposta violenta della gente lucana e, nel contempo, fece riconoscere autonomia politica ai Brettii che si collocarono al di là del fiume Lao. Evidentemente il distacco avvenuto intorno alla metà del IV secolo, rappresentò una forma di ribellione politica contro l’aristocrazia lucana, la stessa che viveva nelle città/perno, in antitesi politica con i piccoli centri che sfruttavano il territorio, quando ormai molti Lucani risultavano ellenizzati e i contatti con l’elemento greco della costa era ben saldo, valendo la regola che un popolo forte a contatto con un altro più debole, ma maggiormente civilizzato (i Greci) tende a imitare quest’ultimo. I due popoli ci pervengono, ormai, divisi, secondo la testimonianza di Diodoro, nell’anno 346 a C, quando i soli Lucani attaccarono Taranto e nel 344 a C i Brettii si scontrarono con Turi: sono entità distinte, fermo restando che con il termine “Lucani” s’intende il complesso di più civiltà, raccolte in città/perno, quali i Bantini, i Sontini, i Consilini, gli Atini etc. Ciò induce a pensare a una politica non sempre unitaria, ma diversificata secondo le esigenze delle singole città, il che spiegherebbe il perché una parte dei Lucani combatte, ad esempio, al fianco di Alessandro il Molosso (340 a C), chiamato da Taranto, e un’altra contro; oppure, altri sono con Roma e tal’altri con Annibale. Livio asserisce che coorti lucane al comando di Gracco, devastarono la campagna del territorio lucano. Ancora, si potrebbe trovare una diversificazione più che per le singole città, per i partiti: gli oppositori si schierano comunque dalla parte dei nemici, nel tentativo/speranza di ribaltare la situazione socio politica. Nuova alleanza nel 298 a C tra Lucani e Romani, sempre per il timore dei Sanniti (terza guerra sannita). Intanto i plebei lucani, la “<em>multitudo agrestium</em>”, si allineano con i Sanniti e nel 296 a C si ribellano ai nobili, ma vengono “pacificati” con l’aiuto dei Romani. La partecipazione delle popolazioni lucane all’espansione romana, o almeno quella del partito degli aristocratici cittadini, permette di avere altra notizia sulla zona del Golfo di Policastro, riportata da autori latini nel ricordare i fasti degli eredi di Romolo. La popolazione dei campi, come detto, avversa a questa linea politica, gelosa della propria libertà e avendo da perdere pochissimo, sparsa com’era, tra le vallate e i monti della Lucania.<br><br><em>Dott. Prof Angelo Gentile, Già tutor per i docenti di storia, ricercatore storico e pubblicista.</em></p>



<p>Articolo dello stesso autore: <a href="https://www.giornaledelcilento.it/riflessioni-sulla-cappella-a-san-vito-di-camerota/">Riflessioni sulla “Cappella” a San Vito di Camerota</a><br><strong><a href="https://www.giornaledelcilento.it/sulle-torri-della-costiera-cilentana/">Sulle torri della costiera cilentana</a></strong>;<br><a href="https://www.giornaledelcilento.it/la-tomba-del-re-alarico-e-lipotesi-della-sepoltura-nel-fiume-bussento/"><strong>La tomba del re Alarico, «e l’ipotesi della sepoltura nel fiume Bussento»<br></strong></a><strong><a href="https://www.giornaledelcilento.it/liberazione-o-conquista-coloniale/">Liberazione o conquista coloniale?</a></strong><br><a href="https://www.giornaledelcilento.it/una-novella-cinquecentesca-ambientata-a-lentiscosa/"><strong>Una novella cinquecentesca ambientata a Lentiscosa</strong></a> ; <a href="https://www.giornaledelcilento.it/capo-palinuro-e-molpa-brevi-cenni-storici/"><strong>Capo Palinuro e Molpa, brevi cenni storici</strong></a><strong>,</strong><a href="https://www.giornaledelcilento.it/morigerati-tra-vie-istmiche-monaci-basiliani-e-rito-greco-ortodosso/"><strong>Morigerati: tra vie istmiche, monaci basiliani e rito greco ortodosso</strong></a>; <a href="https://www.giornaledelcilento.it/la-nascita-di-marina-di-camerota/"><strong>La nascita di Marina di Camerota</strong></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Riflessioni sulla “Cappella” a San Vito di Camerota</title>
		<link>https://www.giornaledelcilento.it/riflessioni-sulla-cappella-a-san-vito-di-camerota/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Angelo Gentile]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Nov 2021 12:17:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Camerota]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Pagina]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.giornaledelcilento.it/?p=128169</guid>

					<description><![CDATA[Nel giugno 1996 espletati gli Esami di Licenza Media per gli alunni di Camerota Capoluogo quale Presidente della Commissione, affrontai l’argomento cappella di San Vito con la professoressa di lettere [...]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p>Nel giugno 1996 espletati gli Esami di Licenza Media per gli alunni di Camerota Capoluogo quale Presidente della Commissione, affrontai l’argomento cappella di San Vito con la professoressa di lettere Grazia Pomarico e con il professore di educazione tecnica Salvatore Calicchio perché un alunno durante il suo colloquio aveva parlato dei monumenti presenti in Camerota e aveva citato la cappella. I due docenti mi diedero indicazioni (non avendola io mai vista, al contrario di altre chiese) per raggiungerla essendo essa vicinissima alla sede degli esami, anzi il prof Salvatore Calicchio si offrì gentilmente di mostrarmi il sito che si trovava, in prossimità della scuola Angelo Poliziano.<br><br>La “cappella” risultava scavata nel tufo e vi si accedeva, dopo breve salita, attraverso un’apertura senza alcuna porta, all’interno si notavano sei nicchie, due a dx, due a sx e due sulla parete di fondo. Queste ultime intramezzate da una specie di altarino, dove si poteva notare qualche simbolo cristiano. Il locale squadrato è ricavato sotto un terrazzamento, poco discosto dal monastero dei Cappuccini. Alla domanda di cosa poteva essere risposi immediatamente, memore di due esperienze pregresse, una da divulgatore storico e l’altra da storico. Ricordavo, infatti, di aver visto simile struttura a nicchie in occasione di un mio intervento quale guida, richiesta, pro amici di Modena in visita ad Ischia: li accompagnai tra l’altro al Castello aragonese e poi al Convento delle Clarisse ed alla sua chiesa dell’Immacolata, fondato nel 1575 dalla vedova d’Avalos per ospitare le figlie delle famiglie napoletane nobili, destinate a non sposarsi per non disperdere il patrimonio fondiario. Sotto la struttura cristiana potei far visitare agli amici (qualche signora rimase sconvolta) il famoso locale del “putridarium” ovvero scolatoio cioè un luogo appositamente previsto dove i cadaveri delle monache venivano posti, seduti, in nicchie. Al centro della seduta un foro che serviva per il deflusso dei liquidi, raccolti in appositi vasi di argilla, in napoletano “cantarelle”, dal greco “cantharus”. Successivamente le ossa erano raccolte, pulite, esposte al sole per renderle bianche e, finalmente, sepolte negli ossari. Quindi doppia sepoltura a salma ormai essiccata. Il luogo veniva quotidianamente visitato dalle monache per riflettere sulla caducità della vita secondo il detto della Genesi (3,19) “Polvere sei e in polvere tornerai”.<br><br>Il significato della prima sepoltura nello scolatoio: il passaggio rituale dell’anima prima di salire nel Regno dei Cieli, era, cioè, una specie di Purgatorio. E la stessa scolatura dei liquidi indica la purificazione del corpo dalla carne, il corruttibile dell’esistenza umana, la liberazione finale prima di accedere in Paradiso. La prima sepoltura, insomma, è necessaria per espiare i peccati commessi durante la vita. Il corpo seduto nella nicchia ritrova il proprio contatto con se stesso, senza passioni o impulsi. Del resto la sedia è associata al significato di potere o anche di guida. A parte Ischia simile cultura è propria della cultura napoletana. Famose sono le catacombe di San Gaudioso complesso ipogeo sotto la Basilica di S. Maria della Sanità, ma anche le catacombe di san Gennaro o l’ossario delle Fontanelle, tutte in Napoli. Il termine dialettale “puozzi scolà” equivale a morire e quindi essere messo a scolare, ed è usato anche da noi; altro termine collegato “sciattamuorto”, ovverosia il becchino, ma con mansioni particolari, cioè era la persona che praticava fori nel cadavere posto nella nicchia, seduto o in posizione eretta, per facilitare la fuoriuscita dei liquidi ed affrettare l’essiccazione. Usanze queste che valicano i secoli, ma che sono arrivate sino a noi anche con le sole parole.<br><br>Altra esperienza, nelle vesti questa volta da storico, l’ ebbi a fine anni Ottanta allorchè su richiesta urgente del titolare di una parrocchia, mi recai in una chiesa del Basso Cilento, distante alcuni chilometri da Camerota. Durante lavori di ristrutturazione era comparso un vano ipogeo e il parroco mi poneva interrogativi. In quel caso si potevano osservare i risultati della cosiddetta doppia sepoltura in modo inequivocabile ed oggettivo. Questo grazie al fatto che il manufatto ben conservato delle nicchie/scolatoio era stato interrato per decenni e venuto alla luce per lavori alla struttura sovrastante, quindi intatto e ancora con scheletri ben conservati, deposti- accatastati in altro piccolo locale (altezza 80/85 cm circa) sottoposto al primo, accessibile tramite altra botola nel pavimento. La chiesa era quindi su tre livelli, quello superiore era il vero manufatto religioso frequentato dai fedeli per i riti, il sottoposto era la sepoltura a nicchie e ancora più giù l’ossario. Dalle scarpe ivi rinvenute si poteva desumere l’epoca, il ‘700. C’erano anche le bottigline chiuse e il relativo foglietto forse riportante il nome del de cuius (si era soliti fare così in tutti quei cimiteri con pochi spazi), ma non volli aprirle per non danneggiare lo scritto.<br><br>Ritornando alla “cappella” di san Vito, nel lontano 1996 non mi fu possibile osservare bene le nicchie per la presenza di rovi e soprattutto piante di ortiche che mi impedirono l’ingresso completo (non ero attrezzato) perché volevo osservare l’eventuale resto di sedute lapidee o lignee nelle sei nicchie e ancora osservare bene l’altarino centrale e i graffiti.<br><br>Da quanto sopra detto desumo che la cappella di san Vito non sia altro che uno scolatoio di pertinenza e/o servizio al Monastero Cappuccino di Camerota, collocato, infatti non lontano dallo stesso, tanto da evitare i fastidi degli effluvi cadaverici, ma vicino per visite e necessarie preghiere dei confratelli. L’unico dubbio potrebbe essere se la stessa cappella-sepoltura era utilizzata da altri, alludo alle famiglie notabili di Camerota. A mio avviso, per sciogliere questo dubbio basterà una ricerca cartacea all’uopo indirizzata e/o motivata ancorchè lunga.</p>



<p><em>Dott. Prof Angelo Gentile, Già tutor per i docenti di storia, ricercatore storico e pubblicista.</em><br><br>Articolo dello stesso autore: <strong><a href="https://www.giornaledelcilento.it/sulle-torri-della-costiera-cilentana/">Sulle torri della costiera cilentana</a></strong>; <br><a href="https://www.giornaledelcilento.it/la-tomba-del-re-alarico-e-lipotesi-della-sepoltura-nel-fiume-bussento/"><strong>La tomba del re Alarico, «e l’ipotesi della sepoltura nel fiume Bussento»<br></strong></a><strong><a href="https://www.giornaledelcilento.it/liberazione-o-conquista-coloniale/">Liberazione o conquista coloniale?</a></strong><br><a href="https://www.giornaledelcilento.it/una-novella-cinquecentesca-ambientata-a-lentiscosa/"><strong>Una novella cinquecentesca ambientata a Lentiscosa</strong></a>&nbsp;;&nbsp;<a href="https://www.giornaledelcilento.it/capo-palinuro-e-molpa-brevi-cenni-storici/"><strong>Capo Palinuro e Molpa, brevi cenni storici</strong></a><strong>,</strong>&nbsp;<a href="https://www.giornaledelcilento.it/morigerati-tra-vie-istmiche-monaci-basiliani-e-rito-greco-ortodosso/"><strong>Morigerati: tra vie istmiche, monaci basiliani e rito greco ortodosso</strong></a>;&nbsp;<a href="https://www.giornaledelcilento.it/la-nascita-di-marina-di-camerota/"><strong>La nascita di Marina di Camerota</strong></a></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>
