Bancarotta fraudolenta, 6 indagati. Sequestro da 836 mila euro nel Cilento

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Da una società fallita, molti dei beni sono stati fatti confluire in un’altra azienda distraendoli al patrimonio con la complicità di alcuni parenti. E’ la ricostruzione della procura di Vallo della Lucania che, stamani, ha fatto eseguire dalla Guardia di Finanza un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti dei beni e denaro per 850mila euro di sei imprenditori edili cilentani e di un intero complesso aziendale nel Salernitano. Secondo gli inquirenti, quei beni sono il profitto ricavato grazie all’emissione di fatture per operazioni inesistenti e dichiarazione fiscale fraudolenta, alla bancarotta fraudolenta e a operazioni di autoriciclaggio. Il gip, ha affidato i beni sequestrati, tra cui l’azienda, a un amministratore giudiziario per non mettere a rischio i livelli occupazionali esistenti. A destare l’attenzione dei militari delle fiamme gialle, guidati dal tenente Giuseppe Dagostino, è stata la creazione di un’azienda, intestata alla moglie di un imprenditore, solo pochi mesi dopo il fallimento della società edile il cui amministratore era il marito della donna. I baschi verdi scoprono, quindi, che le scritture contabili della società in fallimento sarebbero state tenute in modo da non poterne consentire la ricostruzione del patrimonio e che i beni dell’impresa sarebbero stati distratti e fatti confluire in quelli della nuova società.

La procura, marito e moglie, con la complicità del padre di uno dei due, a sua volta amministratore di una società del settore, e di un altro parente, avrebbero distratto, dal patrimonio della società fallita, grosse somme di denaro e diversi beni e mezzi strumentali. Il tutto sarebbe stato, poi, attribuito all’azienda neonata e ora sotto sequestro per continuare a gestire, attraverso la nuova società, l’attività, eludendo, cosi’, gli effetti della dichiarazione di fallimento. Dalle risultanze investigative, e’ emerso anche che gli indagati avrebbero evaso il Fisco, emettendo e utilizzando fatture per operazioni inesistenti registrate nelle contabilità. Quei proventi, dopo, sarebbero stati reinvestiti in attività economiche, finanziarie e speculative di vario tipo “per ostacolare – scrive il procuratore capo, Antonio Ricci – l’identificazione della provenienza delittuosa di tale denaro”, commettendo il reato di autoriciclaggio. Inoltre, nell’azienda sequestrata sarebbero confluiti, oltre ai beni della società fallita, anche i guadagni derivanti dalla bancarotta fraudolenta e dall’autoriciclaggio, commessi, a vario titolo, dagli imprenditori edili. Nell’inchiesta sono finite anche altre persone non legate da parentela agli indagati principali che si sarebbero adoperate per aggirare le normative fallimentari. Tra queste, ci sono i titolari di una società che, per far si’ che l’azienda ora sequestrata, nonostante non avesse le disponibilità finanziarie per partecipare all’asta per l’acquisto di alcuni automezzi appartenuti alla società fallita, avrebbero simulato, in anticipo, il noleggio di quei mezzi, come se questi fossero già nella sua disponibilità, a un canone annuo molto vicino all’importo per l’aggiudicazione dell’asta. I finanzieri, stamani, hanno perquisito anche le abitazioni dei sei indagati, nelle province di Salerno e di Napoli, per cercare ulteriori elementi che possano rivelarsi utili alle indagini.

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