Sei giorni su una barella del pronto soccorso, poi la proposta di un ricovero in una stanza condivisa con cinque uomini. È quanto accaduto a Iolanda, donna trans di mezza età, all’ospedale Ruggi di Salerno. Di fronte a una sistemazione ritenuta incompatibile con la propria identità e dignità personale, la paziente ha rifiutato il ricovero e ha lasciato la struttura, nonostante condizioni di salute delicate.
La decisione dell’azienda ospedaliera sarebbe stata motivata dal fatto che Iolanda fosse biologicamente di sesso maschile e, per questo, non collocabile in una corsia femminile. Una scelta che ha innescato la reazione della rete di supporto, con l’intervento dell’associazione Trans Napoli e dell’Osservatorio lgbtquia+ della Campania.
Secondo quanto riferito dalle associazioni, una volta giunti al Ruggi i rappresentanti avrebbero incontrato inizialmente una posizione rigida da parte del pronto soccorso. «La responsabile del reparto ha negato dignità e rispetto alla paziente, in una palese violazione del giuramento di Ippocrate e delle tutele costituzionali – si legge nella nota firmata da Loredana Rossi e Antonio Sannino –. La salute di una donna rischiava di essere sacrificata a pregiudizi e burocrazia».
La situazione si è sbloccata solo in tarda serata, dopo ore trascorse all’esterno del pronto soccorso, tra pioggia e maltempo. Determinante la mediazione del presidente della Regione Campania, Roberto Fico, con il coinvolgimento degli assessori Claudia Pecoraro e Andrea Morniroli. «L’intervento ha prodotto una presa di coscienza immediata da parte dei vertici ospedalieri», prosegue la nota.
La direzione sanitaria del Ruggi ha quindi individuato una sistemazione alternativa e ha presentato scuse ufficiali alla paziente. Attualmente Iolanda è ricoverata in una stanza del reparto di chirurgia. «Questo caso segna un punto di non ritorno – concludono le associazioni –. Il presidente Fico ha manifestato la disponibilità ad avviare subito la stesura di linee guida specifiche, indispensabili per dotare le strutture sanitarie di protocolli adeguati».
La vicenda riaccende il dibattito sull’accoglienza delle persone transgender nel sistema sanitario. Non si tratta solo di procedure amministrative, ma di tutela della dignità e della sicurezza clinica. Negli ultimi anni, anche in Italia, si stanno diffondendo indicazioni ispirate alle linee guida internazionali, con l’obiettivo di evitare che il percorso di cura diventi fonte di ulteriore sofferenza.
Tra gli strumenti adottati figura l’Identità Alias, che consente l’utilizzo del nome d’elezione sin dal triage, anche in attesa della rettifica anagrafica. Un altro tema centrale riguarda l’assegnazione dei posti letto: le indicazioni più recenti suggeriscono, ove possibile, la stanza singola o soluzioni che rispettino l’identità di genere percepita, bilanciando esigenze cliniche e tutela della persona.
Sul piano medico, resta fondamentale la gestione della Gaht (Gender Affirming Hormone Therapy): il ricovero per patologie ordinarie non dovrebbe comportare l’interruzione delle terapie ormonali, salvo specifiche controindicazioni. Una presa in carico efficace richiede il coordinamento tra endocrinologi, chirurghi e personale infermieristico, per garantire continuità terapeutica e sicurezza.




