Subito dopo il blitz statunitense in Venezuela, l’account Instagram di Delcy Rodríguez, vicepresidente di Nicolas Maduro e oggi presidente ad interim, ha registrato un’impennata significativa passando da circa 500 mila a 575 mila follower (oggi 648 mila), come segnalato dal data analyst di Arcadia Domenico Giordano. Un dato apparentemente secondario.
L’incremento numerico preso isolatamente direbbe poco. Inserito invece nel contesto di una crisi geopolitica ad alta intensità simbolica, diventa un segnale interessante di come l’attenzione pubblica si redistribuisca nei momenti di discontinuità e di come la comunicazione digitale agisca da acceleratore di visibilità politica.
Meccanismi che non appartengono solo alle grandi crisi internazionali e che, a livello locale, risultano spesso ancora più evidenti.
La crisi come rottura dell’ordine comunicativo
Ogni crisi profonda produce prima di tutto una frattura narrativa. Le gerarchie si indeboliscono, i ruoli si ridefiniscono, le fonti considerate autorevoli vengono messe alla prova. In questo vuoto temporaneo, figure politiche fino a quel momento laterali possono diventare improvvisamente centrali.
È un meccanismo osservabile anche in contesti territoriali:
- nelle crisi amministrative, quando consiglieri o assessori vedono ampliarsi in modo inatteso la propria esposizione mediatica;
- negli scandali o nelle transizioni forzate tra sindaci o presidenti e i loro vice, quando l’attenzione pubblica si sposta su chi “tiene la posizione” mentre il sistema politico-istituzionale si riorganizza.
La crisi, dunque, non crea consenso. Crea attenzione. Ed è l’attenzione la vera moneta della comunicazione politica contemporanea.
Follower, attenzione e falsa equivalenza con il consenso
L’aumento dei followers di un profilo politico durante una crisi non va mai letto come adesione ideologica. È piuttosto l’indicatore di un fenomeno più ampio: un effetto temporaneo di curiosità e di ricerca di fonti dirette in un contesto informativo instabile.
Nei momenti di alta incertezza, i social network diventano spazi di osservazione prima ancora che di partecipazione. Si segue per capire, per monitorare, per interpretare. In questo senso, la crescita dell’audience digitale rappresenta un capitale di attenzione volatile, che può dissolversi rapidamente oppure essere trasformato in legittimazione e autorevolezza percepita.
Qui si innesta il nodo centrale della comunicazione politica nelle crisi: la gestione del potere narrativo.
Comunicare nella crisi: un problema strategico
Senza entrare nel merito della singola scelta comunicativa, il caso Rodríguez consente di richiamare alcuni principi strutturali che valgono in ogni contesto di crisi, internazionale o locale.
Il primo è la tempestività, che non coincide con l’istintività. Comunicare presto non significa comunicare in modo impulsivo, ma occupare rapidamente lo spazio narrativo prima che venga colonizzato da interpretazioni esterne.
Il secondo è il posizionamento. In una crisi, la domanda implicita del pubblico è sempre la stessa: chi parla e a che titolo. Chiarezza di ruolo e coerenza di postura diventano elementi essenziali di credibilità.
Il terzo è la coerenza narrativa. In un ecosistema informativo frammentato, la ripetizione di messaggi chiave, la linearità del racconto e l’assenza di contraddizioni sono ciò che distingue una comunicazione strategica da una reattiva.
Infine, l’engagement. Non come obiettivo quantitativo, ma come segnale di relazione. La crisi apre una finestra di ascolto reciproco che, se ignorata, si richiude rapidamente.
Dalla geopolitica alla dimensione locale
In contesti territoriali ristretti, una crisi amministrativa, un’emergenza improvvisa o una decisione controversa producono picchi di attenzione comparabili, in proporzione, a quelli globali.
La differenza sta nella preparazione. Molti amministratori locali continuano a considerare la comunicazione come una funzione accessoria, salvo poi scoprirne la centralità proprio quando il sistema entra in tensione.
Eppure, è in quei momenti che la comunicazione digitale smette di essere strumento accessorio e diventa infrastruttura politica: il luogo in cui si costruisce fiducia e si governa la percezione pubblica.
La crisi come test di competenza comunicativa
Una crisi non è mai neutra. Espone fragilità ma rende visibili anche competenze. Dal punto di vista della comunicazione politica, rappresenta un test severo: non premia chi parla di più, ma chi riesce a orientare l’interpretazione degli eventi.
Il caso di Delcy Rodríguez, al di là delle valutazioni politiche, mostra come l’attenzione possa spostarsi rapidamente verso figure considerate secondarie e come la comunicazione digitale sia oggi uno degli snodi principali nella costruzione della rilevanza politica.
Per chi amministra territori e comunità locali, la lezione è chiara e, forse, inquietante: nelle crisi non comunicare è già una scelta comunicativa. E spesso è la più rischiosa.


