Il nuovo logo del Giornale del Cilento

Siamo nati con la 56K, con la linea internet a singhiozzi nei vicoli dei tanti paesini del Cilento. Oggi possiamo dire che non soltanto una identità cilentana si è irrobustita – ci sentiamo più cilentani nel Cilento, ci percepiscono più tali fuori, confondendoci un po’ meno con il Salento – ma siamo anche molto più digitali. Quei sessantenni di allora, si sono affacciati alla rete, oggi che hanno 70 anni e ci hanno raggiunto sul nostro giornale. Mentre, nel frattempo, i ragazzini di dieci anni, sono diventati maggiorenni e già da tempo ci hanno dato il loro ‘mi piace’. Insomma una buona parte di quegli obiettivi che quattro ragazzacci si erano messi in testa quando hanno messo il nome ‘Cilento’ su una testata on line, sono stati raggiunti. Non si può, quindi, più restare tali.

Velocità. Partiamo da questa prima variabile. Siamo abbastanza adulti per fare piano proprio quando si ha fretta. Bisognava correre ed essere i primi. E abbiamo corso e siamo arrivati, spesso, per primi. Ma non è più la priorità. Almeno non lo è più a nostro avviso. La marea di informazione si è gonfiata a dismisura, come anche il caos che ha generato il terrore per le fake news. Occorre quindi sostituire alla velocità spumosa una sempre maggiore reputazione. Non rischiare di essere confusi con il ‘pippopippo.com’, con chi la spara più grossa o con chi gli basta un titolo. Ma continuare a essere percepiti come quelli che se l’hanno scritto è perché è vero. Onestà e reputazione si costruiscono anche selezionando di più le notizie. Entrandoci maggiormente in profondità, rinunciando perfino a trattarne troppe. Il flusso ansiogeno intrappola sulla superficie anche i giornalisti, determinando, per chi legge, l’impossibilità, o quasi, particolarmente in provincia, di scendere più a fondo nei fatti. Lo faremo, nonostante la consapevolezza che potrà significare il rischio di avere meno pubblico. E più esigente.

Questa sfida il giornalismo deve, prima o poi, coglierla. I soli numeri non bastano più. E le aziende, per promuoversi sui giornali, non chiedono soltanto i numeri. Ma anche credibilità e serietà della testata su cui mettono in vetrina la propria immagine. E poi i numeri, come la pubblicità, in divenire, non riescono ad essere la sola, sufficiente, forma di finanziamento. Lo dicono i ‘paywall’, l’informazione a pagamento che cresce in maniera evidente, dal microcredito agli abbonamenti on line, e che riaffida l’egemonia al lettore e al suo rapporto di fiducia con la testata e la sua capacità di produrre qualità. Che si è disposti a pagare. E poi, purtroppo, i numeri, troppo spesso si spostano dalla notizia allo strillo, da qui alla bufala e dalla bufala al trash, a contenuti spazzatura per intenderci. Noi pensiamo che c’è ancora bisogno dei giornalisti e dei fatti verificati. E che questi segnino una differenza sostanziale dalla marea di cose scritte o titolate da chissà chi, chissà dove.

Siamo in una fase embrionale, ancorché apparentemente avanzata, della rete, dove il pubblico, di frequente, ricorda soltanto di averlo visto o letto ‘su internet’, ma non ricorda, non sa o non gli interessa dove, da chi: se da un giornale, da una pagina Facebook, da una rivista specializzata o se da un sito di panzanate dichiaratamente tale. E questo accade, ahinoi, particolarmente tra i più attempati, ovvero tra quei sessantenni- settantenni, da poco affacciati alla rete. A tutti ricordiamo che la differenza tra un giornalista e chiunque altro si occupi di notizie è molto semplice: gli altri hanno il piacere di farlo, il giornalista ha il dovere di farlo. Con tutto quello che questo dovere implica, sul fronte della verifica, dell’attendibilità della fonte, della terzietà, imparzialità, onestà e continenza.

Quindi dicevamo reputazione, ma anche innovazione. I social, sono giovani ma allo stesso tempo abbastanza maturi da avere formato la colonna vertebrale. Gli algoritmi profilano le persone ma non soltanto loro. Se l’idea è che siamo tutti in una bolla, dove trovi soltanto quelli che la pensano come te, è pur vero che in passato questo era ancora più corrispondente alla realtà. Quando esisteva solo la parrocchia, o l’oratorio, o il partito, o il singolo giornale che compravi, sempre quello, o infine il Tg1, o quel canale radio lì. I social sono anche un’occasione di esplorazione e di apertura, di conoscenza e di studio, di estetica oltre che di propaganda e tifoseria. In quanto contenitori potenzialmente ad alta diffusione di contenuti non possono essere più trattati, come purtroppo fino ad oggi, molti giornali, compreso il nostro, hanno fatto, riversando irrazionalmente contenuti a cascata.

Come flusso che fa poi un percorso autonomo, più o meno condizionato dagli ‘amici’. No, i social hanno persino cambiato i contenuti, e occorre prenderne atto. Un servizio giornalistico, non può rimanere solo tale se è ospitato da Facebook, ma va rivestito e ripensato per ogni sua ulteriore esplorazione, da qui a Instagram a Twitter e alle ulteriori realtà social che incontreremo. Il nuovo giornaledelcilento.it sarà quindi un ‘giornale pensato’. E consapevole di quanto finora accaduto.

Tutto ciò che è invece multimedialità, o meglio crossmedialità, dalle immagini fotografiche a quelle video, dal live blogging a ogni forma di interazione con il pubblico, troverà strumenti e grafica che lo rendano di facile consultazione, responsivo e versatile per essere visualizzato su qualsiasi tipo di supporto e di stimolo a favorire un processo partecipativo. Ci impegneremo per fare un’informazione di qualità portando il lettore alla partecipazione attiva, non solo per sollecitare il confronto ma per essere insieme protagonisti di un piccolo cambiamento. Pensiamo che più si costruiscono connessioni, più le comunità crescono e di conseguenza cresce l’interesse verso il Cilento.

I nostri contenuti, tutti, sono e continueranno a essere pensati attorno all’irrinunciabile diritto dei cilentani a essere informati. Prima ancora che al dovere di informarli. Su questo il nostro osservatorio ci dice che se da un lato la cronaca continua ad avere la sua importanza, dall’altro è sballottata dal caos e dalla superficialità. Triturata dalla rincorsa sui tempi e non affidata a una operosità paziente. Che intendiamo ricomporre puntando all’approfondimento. Tuttavia è cresciuto, e di molto, l’interesse del lettore verso le curiosità, il racconto di micro mondi, il gusto delle cose: dalla cucina al paesaggio, complici i social e l’approccio di massa all’immagine. Dedicheremo molta attenzione alla narrazione di questo Cilento che incuriosisce e piace, che in questi anni ha imparato a farsi conoscere anche per il suo fascino remoto, oltre che per il suo sapersi distinguere, in un Sud forse eccessivamente indistinguibile.

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