14 Febbraio 2026
14 Febbraio 2026

Sposi in uno Stato, coniugi in tutta Europa?

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Sposi in uno Stato, coniugi in tutta Europa?

La Corte di giustizia UE e la “trascrizione del matrimonio omosessuale”: in bilico tra perequazione dei diritti ed imposizione agli Stati!

Con la decisione commentata, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea è tornata a pronunciarsi su un tema di forte impatto giuridico e sociale: la validità e l’efficacia della trascrizione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso su tutto il territorio dell’Unione, anche in Stati membri che non riconoscono il matrimonio gay nel proprio ordinamento interno.

La Corte ha ribadito un principio ormai consolidato nella propria giurisprudenza: il matrimonio validamente celebrato in uno Stato membro deve produrre effetti giuridici minimi negli altri Stati UE, quantomeno ai fini dell’esercizio dei diritti fondamentali connessi alla cittadinanza europea, come la libertà di circolazione e soggiorno. In tale prospettiva, la trascrizione non è letta come un’imposizione di modelli familiari, bensì come strumento tecnico necessario a garantire l’effettività dei diritti riconosciuti dal diritto dell’Unione.

Secondo la Corte, negare la trascrizione equivarrebbe a creare discriminazioni indirette fondate sull’orientamento sessuale, in contrasto con gli artt. 20 e 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE. La trascrizione, pertanto, non inciderebbe sulla sovranità normativa degli Stati in materia di diritto di famiglia, ma opererebbe su un piano funzionale e perequativo.

Ed è proprio su questo punto che si concentrano i pareri discordi degli addetti ai lavori.

Una parte della dottrina accoglie favorevolmente la pronuncia, qualificandola come espressione di una giustizia perequativa, volta a colmare le diseguaglianze di tutela tra cittadini europei in base al solo luogo di residenza. Altri, invece, vi leggono una progressiva sminuente degli ordinamenti nazionali, ritenendo che l’obbligo di trascrizione finisca per svuotare di contenuto le scelte legislative interne.

La decisione si inserisce dunque in un delicato equilibrio tra integrazione europea e autonomia statale, confermando il ruolo della Corte di Giustizia come motore di uniformazione dei diritti fondamentali, ma lasciando aperto un dibattito destinato a proseguire tanto nelle aule giudiziarie quanto nel confronto politico e culturale.

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