Nel panorama tecnologico odierno, i vecchi telefoni cellulari non sono più solo oggetti da accumulare nei cassetti: rappresentano una risorsa concreta per l’educazione digitale, il riciclo e la sperimentazione tecnologica.
Secondo i dati dell’Associazione Europea dei Produttori di Elettronica (EERA), ogni anno milioni di smartphone vengono dismessi in Europa, ma una parte significativa può essere riutilizzata in sicurezza, sia per finalità educative sia per progetti di ricerca.
In molte scuole e università, per esempio, i dispositivi ormai obsoleti vengono impiegati in laboratori di informatica per insegnare coding e programmazione. Con app gratuite o open source, gli studenti possono sperimentare con sistemi di intelligenza artificiale di base, come il riconoscimento vocale o la classificazione di immagini, senza richiedere hardware all’avanguardia.
Anche il settore del riciclo tecnologico ha iniziato a vedere i vecchi cellulari come strumenti utili. Aziende specializzate recuperano componenti funzionanti per assemblare kit educativi o dispositivi elettronici a basso costo, contribuendo a ridurre l’impatto dei rifiuti elettronici, che secondo l’ONU raggiungeranno i 74 milioni di tonnellate nel 2030.
Progetti documentati hanno mostrato che anche telefoni di qualche anno fa possono essere integrati in esperimenti di sensoristica o piccoli sistemi IoT: per esempio, sfruttando accelerometri, microfoni e fotocamere dei dispositivi, è possibile raccogliere dati ambientali o di movimento, da elaborare successivamente con software di analisi.
L’eredità di questi dispositivi non si limita quindi al consumo privato: i vecchi telefoni diventano strumenti di formazione, innovazione e sostenibilità, dimostrando che l’intelligenza artificiale e le tecnologie digitali non riguardano solo i dispositivi più recenti, ma anche quelli del passato, se usati con creatività e responsabilità.


