“Se io fossi San Gennaro”: intervista a Federico Salvatore

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È uno dei cabarettisti più famosi di Napoli e d’Italia, da anni ormai “convertito” alla canzone e al teatro sociale; ha aperto la stagione teatrale della Fondazione Alario con lo spettacolo “Se io fossi San Gennaro”, il 24 novembre: è Federico Salvatore.

Per l’occasione l’abbiamo intervistato.

D: Parlaci un po’ di come nasce lo spettacolo “Se io fossi San Gennaro”.
R: Nasce come idea di teatro-canzone ed è stato scritto con l’intento di rivalutare quel lazzarismo psicologico che pazzianno, pazzianno, dice ‘a verità!

D: Nei tuoi ultimi album, nella canzone e nello spettacolo sei molto critico nei confronti di una società, la nostra, che va allo sfacelo, fra malaffare, multinazionali, clientelismo, cattiva politica, conformismo, media che veicolano il pensiero e, soprattutto, disinteresse della gente: quali credi siano le cause che portano al degrado in cui viviamo?
R: La crisi delle ideologie. Abbiamo abbassato il livello dei nostri pensieri. Ai progetti preferiamo il subito, l’immediato, l’imminente. L’unica ideologia trionfante, oggi, è quella del mercato!

D: “E per noi poveri fessi basta solo un Maradona”: forse il problema principale del degrado che viviamo è proprio colpa nostra, che ci accontentiamo di concentrare le nostre energie su cose fittizie come appunto il calcio o la pessima televisione distraendoci dalle problematiche reali.
R: La sconfitta del pensiero ha mutilato il COGITO della G, rendendolo, così, COITO. Coito ergo sum è il nuovo orgasmo ideologico che può procurarti o un gol del matador Cavani o la farfallina tatuata di Belén Rodríguez!

D: Un discorso che si riallaccia ai media che distorcono l’informazione, come quelli che incoraggiano “un signore nato a Foggia” a portare Napoli nel mondo: perché la gente non riesce ad andare al di là delle informazioni che gli vengono instillate passivamente?
R: Perché vive al di qua della disinformazione!

D: Una canzone che mi ha colpito particolarmente è “Dov’è l’individuo?”. In particolare apprezzo la frase “E tutti siamo messi in coda dal concetto di appartenenza”: vedo troppo spesso la gente appellarsi al senso di appartenenza legandosi a questa o quella bandiera, sia essa politica, religiosa, calcistica, e seguendo queste logiche farsi la guerra senza però rendersi conto effettivamente del perché di tutto questo odio. Non sarebbe meglio perderlo il senso di appartenenza e pensare a chi siamo noi, appunto, come individui?
R: È proprio quello che ho cercato di dire, mettendo il punto interrogativo alla parola individuo? La ricetta per diventare individui è la riaffermazione del sentirsi differenti. Purtroppo la sottocultura di massa, ben veicolata dal potere dei mass media, ha finito per appiattire ogni idendità individuale. E allora: Pecore di un solo gregge, che ballano la stessa danza!


D: “Nel nome del Signore mi hanno battezzato per togliermi con l’acqua la macchia del peccato ma se dovessi ancora rinascere e capire mi farei battezzare solo prima di morire”: quanto influisce sulla vita delle persone quest’idea che nasciamo già peccatori, nati dal peccato di un rapporto sessuale, la “mela” di Adamo ed Eva? E perché il sesso è visto come qualcosa di peccaminoso?
R: Ti rispondo parafrasando Giorgio Gaber: “Perché Dio ha messo un limite all’intelligenza dell’uomo e ha fatto bene. Ma non poteva mettere un limite anche all’idiozia?”

D: “Senza retorica fummo il ritratto della borghesia”: qual è la tua visione relativa alla borghesia?
R: Quella borghesia di cui parlo nell’Osceno del villaggio non esiste più. Era la borghesia degli anni ’60. Oggi vedo solo due classi sociali: i ricchi e i poveri. I ricchi che andranno in Paradiso e i poveri che continueranno ad andare su, al Nord! (anche dopo morti!)

D: Perché “Fare il napoletano… stanca”?
R: Perché costretti all’eterna maschera del Pulcinella accattivante, simpatico, furbo e ruffiano; comicamente drammatico e drammaticamente comico! L’insostenibile leggerezza dell’essere napoletano serve a bilanciare l’insostenibile pesantezza della sopravvivenza.

D: Se Napoli vive gravi disagi hai notato lo stesso anche nel Cilento?
R: Credo sia diventato difficile parlare dell’Italia in termini positivi. Il mio rapporto col Cilento è sempre stato turistico e professionale, pertanto, annovero più agi che disagi. E non ti nascondo che è una delle mete ambite per una serena senilità.

D: Credi possa esserci una soluzione al degrado e, se si, qual è?
R: Se io fossi San Gennaro, sì! Oltre a sciogliere il sangue nelle ampolle, scioglierei dal sangue dei napoletani quella filosofica apatia, sulla quale abbiamo innalzato il monumento dell’Immobile Attesa! Napoli ha sempre aspettato che accadesse qualcosa, ma oggi, più di ieri, non facciamo veramente niente perché accada.

D: Arriverà, prima o poi, un “Pulcinella Che Guevara”?
R: E se fosse già arrivato? Scherzi a parte, credo solo che un cane che abbaia da solo rimane una cane stanco, ma con un altro cane al suo fianco… comincia il branco!

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