L’8 novembre Ennio Rega riceverà il Premio Brassens: musica e ricordi del Cilento di tanti anni fa in un’intervista con il cantautore di Roccadaspide

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Avevamo già parlato di Ennio Rega, cantautore originario di Roccadaspide.

Domani Ennio riceverà il Premio Brassens, ambito riconoscimento all’interno del mondo musicale.

Per l’occasione lo abbiamo intervistato.

D: Ciao, Ennio: presentati al nostro pubblico.
R: Sono un irregolare, per mia grande fortuna.

D: L’8 novembre riceverai il Premio Brassens: te lo aspettavi? Emozionato?
R: È un riconoscimento gradito perché viene assegnato a cantautori di valore. Emozionato né più né meno come sempre, prima di un’esibizione sono sempre un po’ agitato.

D: Il titolo del tuo ultimo album è “Arrivederci Italia”: perché questo saluto?
R: Saluto la generazione degli anni 70 che voleva cambiare il mondo con l’arte e la poesia, una generazione di “romantici incazzati” figli del dopoguerra. Irripetibile? Eravamo “contro“ ed essere contro  significa avere un’opinione personale e non essere indifferenti seguendo la massa, contro anche quel certo nichilismo fighetto di sinistra oggi imperante in certi ambienti privi di “immaginazione”. È un album “contro”.

D: Di cosa parli in questo album e quali sono i messaggi che vuoi arrivino al tuo pubblico?
R: Dico che non ci si stupisce più di niente, la gente ha il cervello congelato, fuso nella banalità del luogo comune. Non ho mai mandato messaggi, io parlo chiaro e in faccia, per tirare fuori la rabbia, deluso, perdente e stanco di camminare spaesato per le strade di questo Paese involgarito. Parlo della mia grande solitudine.

D: Parlaci della tua storia e delle tue tante attività (album, live, premi): quali sono quelle che più ti hanno segnato e più ricordi con affetto?
R: Ho cominciato a scrivere canzoni da ragazzo, chitarrista-cantante, e dai 13 ai 22 anni, dai matrimoni d’estate a Roccadaspide con un gruppo di amici del luogo per finire ad un contratto discografico con la IT Dischi (RCA) di Vincenzo Micocci che prevedeva due album che non ho mai fatto perché non so stare in fila. Poi mi sono laureato in architettura e fatto per una buona decade l’architetto finché non mi sono imbattuto nel Premio Tenco dove ho esordito nel 1993. Da allora ho gradualmente abbandonato la vecchia professione per dedicarmi a tempo pieno alla musica, libero dalla politica (si fa per dire, ho raccontato questa storia nell’ultimo album in “Io Lino e Lia”). Nel ’94, un esordio molto apprezzato,  uscì il mio primo album, “Due passi nell’anima del sorcio”. In un casale in Umbria poi passai un bel po’ di anni, componendo colonne sonore e scrivendo brani nuovi. Nel 2004 uscì “Concerie”, nel 2006 un singolo, “Scritture ad aria”, nel 2007 l’album “Lo scatto tattile”, a fine 2011 “Arrivederci Italia”. Come vedi non sono poi così prolifico. Il tempo passa, perché se te ne stai lì a guardarla la vita ed ogni altra curiosità, affacciato sempre ad una finestra, vuol dire che hai bisogno di tempo e di spazio. Diceva Pasolini: a che serve realizzare un’opera d’arte, basta sognarla! Ho in me mille anni di pigrizia cilentana! Quello che mi arriva di buono è più che altro conseguenza della mia particolare originalità d’artista, è un dono ricevuto, e lo capii fin da subito,  quando bambino scoprii la musica sul campo alle giostre di Roccadaspide. Comporre è ciò che amo di più, il momento creativo, quella lotta tra te e la penna. La mattina presto, ancora in pigiama, per me il massimo della lucidità, vado al pianoforte a suonare ciò che la sera prima mi aveva dato i brividi: accade a volte di cestinare tutto.

D: Hai anche fondato un’etichetta, la Scaramuccia: hai intenzione di produrre anche altri artisti?
R: Oltre ai miei quattro dischi ho prodotto, tranne partecipazioni e direzione artistica di un progetto legato alla canzone d’autore, solo “O Bannu”, un disco di un grande chitarrista lucano, Graziano Accinni, che suonò nel mio primo album, da circa 10 anni a capo del gruppo Ethnos impegnato in una ricerca intorno alla musica antica di Basilicata. Mi inviano lavori da tutta Italia ma non mi sono ancora innamorato, voglio essere spiazzato da ciò che ascolto, meglio fare altro se no, innanzitutto per il bene di chi si propone. Un incredibile numero di concorsi per esordienti (necessari agli organizzatori per accedere ai finanziamenti) sta uccidendo la musica in Italia. Ciò mi indigna profondamente, parliamo di un  gran numero di ragazzi illusi che in molti casi avrebbero fatto bene a fare altro: i sogni si costruiscono in una stanza riempiendo il cestino di carta straccia, scrivendo e riscrivendo e suonando e risuonando fino a capire davvero da soli se è il caso o meno di continuare.

D: Nasci a Roccadaspide dove vivi fino all’età di 10 anni, prima di trasferirti a Roma: che ricordi hai della tua infanzia nel Cilento?
R: Se sradichi un bambino dal medioevo e lo catapulti al centro di una metropoli dovrai sapere che la sua più forte appartenenza resterà quella del luogo nativo. Amo la mia terra e sono impastato con quella creta, e vado fiero di essere uno di lì. Ho avuto il bisogno e la necessità di dedicare vari brani alla mia terra, alcuni centrati solo su di essa come “Lucciole”, “Zazzera gialla”, “Lo scemo dice”, “Maddalena canterina”, “Ballata della via larga”. La mia è stata un’infanzia di vicoli, zingari, ciucci, muli, scemi, ubriachi, l’unica macchina del paese a noleggio, l’impagliasedie sotto la gronda, Michele il banditore, i carcerati nel carcere mandamentale in cui sono nato, e poi la diversità di nuvole, luci, odori, amori. Sognare la mia terra oltre che appagante dal punto di vista esistenziale mi è necessario per  fare musica.

D: Torni mai da queste parti e che rapporto hai con questa terra?
R: Se avessi ancora una casa ci tornerei anche per alcuni mesi all’anno. Ho scritto su questo tema un’opera teatrale che ha debuttato a Roma e a Napoli: “Arrivederci Italia messinscena di un forestiero in patria”. Racconto di un viaggio surreale, psicoanalitico, dalla capitale al paese. Oggi mi ritengo fortunato poiché appartengo a due popolazioni molto diverse: Roma col caos, il cinismo, la grandezza, il Cilento con l’assenza, l’ironia e la “bellezza” che ho raccontato nel brano “Ballata della via larga”.

D: A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti attuali e futuri?
R: All’attività concertistica rubo tutto il tempo possibile per dedicarmi alla pre-produzione del mio quinto album che vorrei uscisse nel 2014. Continuerò a proporre in giro il mio spettacolo teatrale.

D: Qualcosa da aggiungere?
R: A forza di parlare del Cilento e di evocarlo m’è venuta voglia di pane e olio con lo zucchero! Era la merenda del pomeriggio quando mia madre, alla finestra sulla via larga, si affannava a chiamarmi:  Ennioooo!!! Ma io ero il pirata e sparivo nei vicoli, negli orti sempre a capo della mia ciurma combattente. Fui io a inventarmi una guerra che ancora oggi qualcuno del posto ricorderà: la guerra Piazza-Perillo (via Perillo, chiamata da tutti “la via larga”, era considerata di serie B rispetto alla piazza). Ci si scontrava a metà strada ai piedi della salita, erano mazzate vere con feriti. Vedi che tutto torna.
Grazie dell’intervista, a presto.

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