La condizione della donna nel Sud Italia con “Nina ‘a scimunita”: intervista a Biancarosa Di Ruocco

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In scena questa sera e domani, a Vallo della Lucania, presso l’ex convento dei Domenicani, “Nina ‘a scimunita”, spettacolo teatrale proposto dal Laboratorio Teatrale Permanente, interpretato da Biancarosa Di Ruocco per la regia di Fiorenzo De Vita.

Per l’occasione abbiamo fatto qualche domanda all’attrice.

D: “Nina ‘a scimunita” è un monologo teatrale tratto dal libro “Anticorpi”: quali sono le differenze fra lo spettacolo ed il libro?
R: Non ci sono molte differenze, perché sono state pese delle frasi del dialogo fra le tre donne. L’unica differenza sta nel fatto che il dialogo è stato trasformato in monologo: un unico personaggio che dà voce a tutte e tre le donne!

D: Come attrice cosa ti ha spinto a portare sul palcoscenico questo libro?
R: Il progetto è nato perché l’associazione culturale ASPASIA di Vallo della Lucania invitò l’autrice per la presentazione del libro e chiese a noi del Laboratorio di fare qualcosa di particolare per la presentazione. Fiorenzo De Vita e io, nel leggere il libro, trovammo interessante questo argomento e come veniva trattato e decidemmo di mettere su un vero e proprio spettacolo.

D: Si parla di tre donne: come mai è stata presa la scelta di trarne un monologo piuttosto che portare sul palco un’opera corale?
R: Fiorenzo si accorse che sarebbe stato interessante potare sul palco un personaggio grottesco, capace di sintetizzare tutte e tre le figure femminili descritte nel libro ma che avesse come filo conduttore le linee espressive di Emma Dante, che è una delle tre donne del libro. Le altre due sono l’autrice stessa, Luisa Cavaliere, e una scrittrice calabrese, Rossella Postorino. Era un esperimento e più passavano i giorni e più diventava interessante, per Fiorenzo come autore e per me come attrice. Lavorammo molto, anche fino alle due di notte, per portarlo a termine, ma alla fine ci rendemmo conto che l’esperimento era riuscito.

D: Oltre che attrice sei anche la presidentessa del Laboratorio Teatrale Permanente: parlaci un po’ di come siete nati e delle vostre iniziative.
R: Il Laboratorio nasce nel 2009, dalla volontà non solo di fare teatro ma anche di avvicinare al teatro quanti ne avessero la passione attravero dei corsi di formazione. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di far vedere il teatro come una terapia, utile per chiunque sentisse l’esigenza di far uscire fuori le proprie capacità espressive. Infatti non è solo la parola ad essere usata, nel teatro, ma anche e soprattutto il corpo, che parla un linguaggio molto più espressivo della parola stessa. La nostra associazione si occupa di mettere insieme le varie realtà espressive, dalla recitazione alla musica. Infatti sono state numerose anche le collaborazioni con vari musicisti del nostro territorio. Nel corso di questi anni abbiamo realizzato delle rassegne e abbiamo fatto in modo che un buon numero di persone si avvicinasse alle nostre attività. Collaboriamo con diverse associazioni, con cui abbamo degli scambi, come ad esempio l’associazione del piccolo teatro artigianale di Napoli e Skenai teatro di Buonabitacolo. Infatti il nostro Laboratorio e le nostre produzioni teatrali non vengono rappresentate solo nel teatro comunale di Vallo della Lucania, che è la nostra sede, ma anche in altre manifestazioni e in altri teatri. Abbiamo partecipato al Mojoca, siamo stati a nuovo teatro Gassman di Civitavecchia, a Napoli nel teatro “Il Palcoscenico”.

D: Tu ti occupi di teatro nel Cilento: com’è per un operatore culturale lavorare in questo territorio e credi ci siano realtà che stanno riuscendo ad imposrsi in qualche modo?
R: Fare cultura è difficile non solo nel nostro territorio, purtroppo. Non vengono finanziati facilmente i progetti culturali e i tagli che stanno facendo rischiano di mettere a dura prova il settore. Il nostro territorio è ricco di particolari stimoli culturali che, nella maggior parte dei casi, non vengono riconosciuti e valorizzati. Ecco perché ci ritroviamo spesso a dover fare tutto puntando solo sule nostre forze e su quanti credono nel nostro lavoro e sono pronti a promuoverci e a sostenerci anche economicamente. Credo che nel nostro territorio ci siano moltissime realtà che si occupano di cultura che riescono ad emergere e a produrre delle cose interessanti. Sarebbe interessante fare un monitoraggio di tutte queste realtà e constatare quali di esse siano realmente innovative e capaci di portare, anche fuori dal territorio, un prodotto culturale che valorizzi le risorse del territorio stesso.

D: Lo spettacolo parla dell’emancipazione della donna. Nelle ultime decine di anni c’è stato un processo di emancipazione o comunque vittorie in campo sociale. Penso alle vittorie sul razzismo, penso al femminismo, alla tolleranza religiosa. Eppure qualcosa mi sfugge. Piuttosto che vedere l’accettazione di questo abbattimento di barriere mi capita sempre più spesso di imbattermi in un’ipocrisia di base. Faccio un esempio: spesso siamo tolleranti verso una persona di colore (che brutta terminologia) non perché la consideriamo un individuo e una psicologia ma perché è appunto di colore, quasi da compatire. Il femminismo, a sua volta, ha avuto come apice del proprio processo la mercificazione del corpo della donna: è lo svilimento dello slogan “il corpo è mio e lo gestisco io”. La donna, succube di un sistema capitalistico-maschilista, ha trovato il modo di “gestirlo” usandolo come merce, e non parlo di prostituzione ma di un aspetto ancora più becero della nostra società, e cioè lo sfruttamento dell’immagine. Sei d’accordo e come affronti personalmente queste tematiche?
R: Io non sono molto d’accordo con il movimento femminista, perché credo in una distribuzione equa dei ruoli. Come te, sono d’accordo sul fatto che esiste un’ipocrisia di base che in molti casi fa sì che si diventi tollerante nei confronti di una società trasgressiva e che, paradossalmente, non tenga conto delle effettive capacità delle donne nella società e del ruolo che assumono in tutti i settori del sociale. Purtroppo, in alcuni casi, il corpo diventa un “cappio” e non si riesce a prescinder da esso. Questo succede soprattutto in una società come quella del sud Italia, dove esistono ancora dei forti condizionamenti provenienti da una cultura bigotta. Nel libro e nel monologo si fa notare questa contraddizione che vede da un lato la grande energia di donne impegnate nei settori del sociale e, dall’altro, il condizionamento che proviene da una cultura che opprime e che non dà spazio alla libertà delle donne. La donna che può essere moglie, madre, anche lavoratrice, ma che, in alcuni contesti, non può esprimersi.

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