Raccontantando il Cilento: San Giovanni a Piro

di Emilia Di Gregorio

Abbiamo chiesto agli amici della Facebook Fan Page Costa del Cilento di raccontare il comune di San Giovanni a Piro, con le pittoresche frazioni di Scario e Bosco. Il risultato è stato davvero eccezionale. Moltissimi conoscono questi posti perché è qui che hanno trascorso le loro vacanze, altri li hanno scoperti grazie alle numerosissime foto pubblicate sulla pagina, altri ancora sono gli abitanti stessi che amano il loro paese e sono felici di condividerne con noi storia e tradizioni, ma anche emozioni dettate da un arcobaleno sul Bulgheria o un tramonto sul mare.
Tra le prime persone cha hanno risposto al nostro invito c’è la signora Rosa: “Io sono stata a villeggiare diversi anni a Bosco, da Romeo. Quei posti sono un incanto tra storia e natura ancora intatta dall’aggressione della civiltà moderna. Ricordo i pascoli dietro al ruscello che sgorgava acqua fresca, bella e cristallina che era un piacere da vedere e da bere; il borgo antico, raccolto e medievale, bellissimo che finiva con la splendida terrazza del Belvedere da cui si ammirava un panorama mozzafiato sul golfo di Scario e dintorni!  La naturalità e la semplicità delle persone; la mitica Rachele,vecchietta sprint e semplicissima, ancora impressa nel cuore di mia madre; e le mitiche mangiate genuine e abbondantissime da Romeo che ogni anno ci faceva tornare a casa con 3 – 4 chili in più in quindici giorni, ma pieni di serenità e soddisfazione!“
Il signor Antonio ci dice: “Racconterei di un panorama splendido, di aria pulita, di verde intenso e di mare e cielo blu, di genuinità dei cibi e di persone semplici e gentili.”
Il ‘ritratto’a mio avviso, più bello e toccante è quello di Andrea Sorrentino, un abitante di San Giovanni a Piro. L’ho contattato di persona e subito si è reso disponibile: ha condiviso con noi numerosissime foto, tutte stupende, tutte particolari. Con il suo obiettivo ed anche con le sue parole, che riporto fedelmente qui di seguito, ci guida, in modo inedito, tra un angolo e l’altro del suo paese.
<<Raccontare il paese di San Giovanni a Piro!, questo mi è stato chiesto dalla brava Emilia Di Gregorio, co-amministratrice di “Costa del Cilento”. Ho meditato un bel po’ sul contenuto della descrizione. Volendo evitare le banalità, o meglio i soliti racconti di storia triti e ritriti, ero, in effetti, un pochino in difficoltà. Ho pensato, alla fine, di far scoprire il luogo tramite lo sguardo di chi ci vive, dunque attraverso i miei occhi.
Inizio, così, questo racconto dalla cosa che amo di più del mio piccolo paese: le strade.
Vicoli e stradine formate da tanta, solida, pietra: “chiappole”, sanpietrini, portali, lapidi e attracchi per “ciucci” (asini); una pietra ricca di storia e tradizioni, dunque. Amo passeggiare in quelle viuzze (meglio se di notte, con il silenzio come sottofondo e le luci calde dei lampioni – se sono fortunato anche della luna- come compagne), assaporare ogni passo, gustarne ogni angolo. Conosco il mio paese a memoria ma ogni volta che mi immergo in esso è un continuo scoprire, un incessante susseguirsi di emozioni.
Abito nella contrada Tornito (uno dei 2 rioni storici assieme all’antico ‘Paese’, gli altri sono i moderni ‘Ponte’ e ‘Capolascala’), un borgo genuino, ancorato alle tradizioni, ancora fortemente agricolo. Quasi ogni sera a rallegrare l’aria c’è il suono dell’organetto di ‘Peppu u’ gliru’: tra balli e suoni cilentani un buon bicchiere di vino rosso e un pezzo di “casu” (formaggio) paesano non mancano mai. Il rione è sorto intorno alla chiesa di Santa Rosalia (dal 1888 intitolata a San Gaetano Thiene), chiesetta nata per un voto contro la peste, impreziosita nei secoli seguenti sino allo splendore attuale: pregevole maiolicato del settecento, pulpito in legno fiore all’occhiello dell’artigianato locale, pregiata balaustra in cui è incastonata la figura del santo teatino, preziosi altari in marmo scolpito e intarsiato. In questa chiesa troverete, in qualsiasi ora del giorno, a curarne il decoro,  la simpaticissima signora Diodata, noterete con quanta disinvoltura vi guiderà tra le statue e i pregi artistici. Qualche anno fa sareste potuti, facilmente, incappare nella simpatia di “Bellu Aitanu”, un novello quasimodo, il quale faceva vibrare soavemente le campane, nell’azzurro cielo cilentano, con tanta naturale maestria.
Continuando questa piacevole passeggiata incontriamo tanti nobili portali in pietra, con pesanti portoni in legno: per decori spicca quello della famiglia Florimonte; poco più in là il grande palazzo Bellotti, in cui nel 1813 soggiornò re Gioacchino Murat. Attraversando la strada, facendo attenzione a non venire investiti dal galoppo della signora Assunta “ru cirritu”, la mente ci riporta al suono di un fischietto di un singolare vigile di qualche tempo fa, tale “Vicienzu u Trillinu”.
Il lastricato in pietra ricomincia accanto al palazzo del Vescovo Michelangelo Sorrentino, casa saccheggiata durante i moti del 1828; di fronte una delle numerose cappelle erette dagli antenati sangiovannesi, evidente segno di un passato intriso di fede. Ci troviamo ora nell’antica “Terra”, dentro le mura che proteggevano il paese dalle incursioni nemiche (erette dall’Abate Tommaso De Vio nel 1534). Il fulcro della vita sociale del borgo era la piazza, successivamente dedicata all’umanista Teodoro Gaza (autore degli statuti del 1466), le assemblee pubbliche venivano svolte “sutta l’arcu ra’ chiazza”. Qui nasce la chiesa parrocchiale dedicata a S. Pietro Apostolo, all’interno lapidi, marmi e, soprattutto, un raro manufatto di epoca medievale: un’acquasantiera in pietra decorata con animali e altri simboli quasi pagani. La nostalgia di non trovare in chiesa “Zia Gerarda” è ancora troppo forte in ogni sangiovannese, fortunatamente ci fa compagnia la signora Maria, affacciata alla finestra dalla quale domina la piazza; di fronte ad essa l’obelisco donato da Re Giocacchino. La notte di Natale in questo luogo viene acceso un potente fuoco, alimentato da enormi ceppi che i ragazzi fanno a gara per raccogliere. Sotto la chiesa vi è la cappella della famiglia Bellotti, dedicata a S. Francesco di Paola, (all’interno un dipinto ricorda il loro vescovo Giuseppe),  attaccata ad essa la casa del possidente Carlo Bellotti, rapinato nei moti del ‘28. Poco più in là il palazzo dell’ex sindaco Lorenzo Ursaia, anch’esso depredato nei famosi moti.
Dopo tutto questo camminare le nostre fauci hanno bisogno di essere dissetate, e non c’è cosa più rinfrescante del bere le acque fresche e chiare di un’antica fontana (ornata con lapide nel 1778): nell’attiguo lavatoio alcune donne, tutt’oggi, giungono con le loro ceste in testa (su fazzoletti avvolti detti “spare”) e lavano a mano con sapone “i putassu” i loro indumenti.
Questo virtuale viaggio continua per una elegante strada che deve il nome ad un’altra cappella dedicata alla Vergine, l’Annunziata; domina la via il palazzo De Maio, così grande da far nascere un detto popolano “ha fatto a’ casa ri’ Maio!” riferito a qualcuno che faceva un’opera sproporzionata. Alla fine di questa via una croce in pietra del 1601 indica il cammino verso il Santuario della Madonna di Pietrasanta, lì dove il tempo è fermo ad un’epoca lontana, dove la pace regna, e la religiosità la si respira dall’alba al tramonto. Se vorrete affrontare il viaggio, giunti in cima, troverete ad accogliervi il buon “Carletto”, adagiato nelle frescure delle arcate esterne; all’interno noterete immediatamente che la Madonna è incastonata nella Roccia, divenuta Santa in seguito al miracolo. Alla fine di ogni mese di maggio i pellegrini vengono ad ossequiarla salendo in processione, con pesanti cinte sul capo e la statua processionale alla guida del corteo. Alla base della roccia su cui si erge la chiesa, in una piccola grotta, una fonte prodigiosa “l’acqua santa”, curerà i vostri malanni (un inno recita:“efficace medicina per le nostre infermità”). Questo tempio all’inizio dell’800 fu attaccato dalle truppe francesi del generale Lamarque, cosi come la leggenda narra: “un estraneo duce irato sterminaci avea giurato ma distolto il reo pensiero fu dal braccio tuo divin”.
Il santuario apparteneva al Cenobio di San Giovanni Battista, origine unica del borgo e del popolo di San Giovanni a Piro. In questo luogo un orecchio attento potrebbe ancora sentire le preghiere e le orazioni dei monaci, che per secoli hanno abitato quella terra: tra ulivi, pietre e silenzio, facile è immergersi in un’epoca lontana e irripetibile. Una maestosa Torre del ‘500 testimonia i tragici anni delle invasioni, a rendere più suggestiva questa immersione storica l’esistenza della grotta del “Ceraseto”, li dove imponenti muraglie proteggevano i nativi e i monaci in quelle tristi ore.
Questa passeggiata per San Giovanni a Piro è giunta al termine, non prima di aver incontrato per strada un signore in groppa ad un asino e aver salutato un pastore che con il suo gregge, occupando la strada, ci costringe ad una sosta forzata. Ma, stranamente, questa imposizione è davvero un piacevole imprevisto>>.
Questo interessante lavoro di ricerca giunge al culmine con la realizzazione della video-cartolina: sulle note di Eugenio Bennato scorrono le immagini di San Giovanni a Piro, Bosco e Scario. Tra storia, cultura e tradizioni abbiamo voluto far conoscere questo splendido comune, approfittandone anche per portare delle immagini stupende e, perché no, qualche emozione nel cuore di chi non ritorna “al paese” da un bel po’.

©Riproduzione riservata



© Giornale del Cilento - Gerenza

Iscrizione al Tribunale Vallo della Lucania n.580/2009 del 04.09.2019