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Come un uomo muore: l’anima di Franco Mastrogiovanni rivive nell’interpretazione di Giancarlo Guercio

di Giuseppe Galato

“Ma quante belle figlie, Madama Dorè, ma quante belle figlie”: Giancarlo Guercio entra in scena dal fondo della sala, fra il pubblico, in penombra, accompagnato dalla filastrocca, cantata a cappella, con un lume in una mano e nell’altra un trucculieddo, strumento in canna della tradizione simile a una raganella, regalato all’attore dagli alunni delle scuole di Massicelle. Gli ex alunni del “maestro più alto del mondo”: Francesco Mastrogiovanni.

Giancarlo Guercio sale sul palco, da solo, per un lungo monologo. Ad accompagnarlo una scenografia scarna, opera di Maria Grazia Merola: una scala coperta da un velo, una pedana per muletto adornata da un lenzuolo bianco, colore che domina la scena, una manciata di libri a ricreare quella che era la stanza di Franco Mastrogiovanni.

Il monologo di Giancarlo Guercio, che impersona l’anima di Mastrogiovanni, fra interrogativi di varia natura, è cadenzato dalle tappe della Via Crucis, della Passione di Cristo, metafora di quelle lunghe e debilitanti 83 ore (83 ore, ripetiamolo) in cui Francesco Mastrogiovanni rimase costretto su un letto del reparto psichiatrico dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, braccia e gambe legate, imbottito di psicofarmaci, in un’agonia che lo avrebbe portato alla morte.

Ed è curioso come la prima di questo spettacolo sia stata fatta proprio a Vallo della Lucania, luogo della morte di Franco Mastrogiovanni e ora della sua rinascita tramite il mezzo artistico, presso il cine-teatro La Provvidenza.

Guercio/Mastrogiovanni si strugge, fra toni più pacati e altri rabbiosi, fra il recitato quieto e quello struggente, si interroga sul perché di tutto questo strazio afflitto ad un essere umano, in nome di cosa? Si interroga su cosa sia la pazzia, su come operano le strutture sociali e su come queste reputino pazzi determinati soggetti solo perché liberi dalle costrizioni della morale comune. Liberi dalle costrizioni ma costretti su un letto di un ospedale, in un lager, nelle carceri e in tutti quegli altri luoghi di debilitazione dell’essere umano che la nostra società civile è stata capace di creare per ghettizzare il “diverso”.

“Quem Queritis?” (questo il titolo del testo) parla di Franco Mastrogiovanni ma parla anche di tutte quelle persone che hanno subito. Parla di noi, di come siamo soggiogati dalle logiche della società che ci costringe a “chinare il capo”, come sottolinea più e più volte l’autore.

Lo spettacolo procede fra stralci di testo inedito, inerente la figura di Mastrogiovanni, e testi della tradizione teatrale, da Majakovskij a Pirandello passando per Prevert e Camus.

Trovano spazio la riflessione su cosa sia la pazzia e cosa significhi essere libero, sulle brutture che è riuscita a creare la nostra società “civile” e sul cosa significhi essere vivi.

Fino all’appello finale: siamo noi, i vivi, a dover fare qualcosa per permettere che tutto ciò non accada più.

Aggiungere altro a quanto già detto sarebbe inutile. “Quem Queritis?” è uno spettacolo che non va spiegato: va vissuto.

Un peccato per tutti coloro non abbiano avuto modo di essere presenti a questa prima (c’erano persone arrivate addirittura dalla Sicilia).

A chiudere lo spettacolo-denuncia l’appello di Biancarosa Di Ruocco (voce fuori campo durante lo spettacolo) sulla quanto mai scottante questione discarica di Laurito.

La parola ora ai vivi.

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Lo spettacolo teatrale di Giancarlo Guercio, “Quem queritis? – Il caso Mastrogiovanni”, al “La Provvidenza” di Vallo della Lucania il 7 dicembre

SITI UTILI

Comitato Giustizia E Verità Per Franco

Foto a cura di Giuseppe Pellegrino

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