Queste recentissime pronunce della Suprema Corte in materia di affidamento dei minori, offrono un’ulteriore occasione per ribadire un principio cardine del diritto di famiglia: la centralità dell’interesse superiore del minore quale criterio guida di ogni decisione giudiziale.
Le decisioni si inseriscono nel solco di un orientamento ormai consolidato che privilegia l’affidamento condiviso come modello ordinario, salvo che emergano elementi concreti e specifici tali da renderlo pregiudizievole per il minore.
Non basta, dunque, il mero conflitto tra i genitori per giustificare l’affidamento esclusivo: è necessario che tale conflittualità si traduca in un danno effettivo o potenziale per l’equilibrio psicofisico del figlio.
Le sentenze evidenziano come il giudice sia chiamato a svolgere una valutazione concreta e non astratta delle capacità genitoriali, tenendo conto della disponibilità di ciascun genitore a garantire la continuità affettiva con l’altro.
In questa prospettiva, assume rilievo decisivo il comportamento collaborativo: il genitore che ostacola i rapporti tra il minore e l’altro genitore può vedere compromessa la propria posizione, fino a subire limitazioni nell’affidamento.
Particolare attenzione è riservata anche all’ascolto del minore, soprattutto quando abbia raggiunto un’età e un grado di maturità adeguati.
Le pronunce ribadiscono che la volontà del minore non è vincolante, ma rappresenta un elemento significativo nella ricostruzione del suo interesse.
Sul piano pratico, le decisioni rafforzano l’idea di una bigenitorialità sostanziale, che non si esaurisce nella mera ripartizione dei tempi di permanenza dei minori, ma implica una partecipazione attiva e responsabile di entrambi i genitori alla crescita dei figli.
In questo senso, anche l’organizzazione dei tempi e delle modalità di frequentazione deve essere funzionale alla stabilità e serenità del minore, evitando soluzioni rigide o calcoli meramente aritmetici.
Infine, le sentenze sottolineano il ruolo del giudice come garante dell’equilibrio familiare, chiamato a intervenire con misure anche incisive quando uno dei genitori adotti comportamenti pregiudizievoli.
L’obiettivo resta sempre quello di assicurare al minore un ambiente idoneo al suo sviluppo armonico, nel rispetto dei suoi diritti fondamentali, confermando un approccio sempre più attento alla dimensione concreta delle relazioni familiari e ponendo al centro non le rivendicazioni degli adulti, ma le esigenze reali dei minori coinvolti.











