La pronuncia affronta un tema particolarmente delicato nel diritto di famiglia: la possibilità, o meglio l’impossibilità, di imporre ai genitori un percorso terapeutico nell’ambito dei procedimenti che coinvolgono i minori.
Il provvedimento si inserisce in un filone giurisprudenziale ormai consolidato, che pone al centro il bilanciamento tra l’interesse superiore del minore e il rispetto dei diritti fondamentali della persona, tra cui la libertà individuale e l’autodeterminazione. Il giudice, pur riconoscendo l’importanza di interventi di sostegno psicologico nei contesti familiari conflittuali, chiarisce che non può essere imposto coattivamente un percorso terapeutico ai genitori.
La terapia, infatti, presuppone un’adesione consapevole e volontaria: senza il consenso del soggetto interessato, essa perde di efficacia e rischia di trasformarsi in una mera imposizione formale, priva di reale utilità. L’ordinanza evidenzia come un obbligo di questo tipo si porrebbe in contrasto con i principi costituzionali, in particolare con il diritto alla libertà personale e con il principio secondo cui nessun trattamento sanitario può essere imposto se non nei casi espressamente previsti dalla legge.
E nel nostro ordinamento, al di fuori di ipotesi eccezionali e rigorosamente disciplinate, non è prevista la possibilità di obbligare un individuo a intraprendere un percorso psicoterapeutico.
Ciò non significa, tuttavia, che il comportamento dei genitori resti privo di conseguenze. Il rifiuto di intraprendere un percorso suggerito dai servizi sociali o dal giudice può essere valutato sotto il profilo della capacità genitoriale.
In altre parole, pur non potendo imporre la terapia, il giudice può tener conto della mancata disponibilità al cambiamento nel momento in cui deve adottare provvedimenti nell’interesse del minore, come l’affidamento o la regolamentazione dei rapporti familiari.
L’ordinanza ribadisce quindi un principio fondamentale: la tutela del minore non può tradursi in una compressione indiscriminata dei diritti degli adulti. Il sistema giuridico deve muoversi su un terreno di equilibrio, promuovendo il benessere del bambino senza ricorrere a strumenti coercitivi che rischiano di essere controproducenti.
Il provvedimento richiama operatori del diritto e servizi sociali a privilegiare strumenti di persuasione, supporto e accompagnamento, piuttosto che imposizioni autoritative. Solo attraverso un’adesione autentica e consapevole, infatti, i percorsi terapeutici possono produrre effetti positivi duraturi, a beneficio non solo dei genitori, ma soprattutto dei figli.












