In Italia la maternità continua a rappresentare uno dei principali fattori di disuguaglianza nel mondo del lavoro. Se da una parte negli ultimi anni sono state introdotte nuove misure a sostegno delle famiglie, dall’altra molte donne continuano a lasciare il lavoro dopo la nascita di un figlio o a subire forti penalizzazioni economiche e professionali.
Secondo gli ultimi dati diffusi da Save the Children, nel 2026 lavora appena il 58,2% delle madri con figli piccoli, mentre l’occupazione maschile resta nettamente più alta.
Negli ultimi anni il Governo ha rafforzato alcuni strumenti previsti dal Testo Unico sulla maternità e paternità (D.Lgs. 151/2001). Tra le novità più importanti c’è il potenziamento del congedo parentale: con la Legge di Bilancio 2025, infatti, tre mesi di congedo possono essere retribuiti fino all’80% dello stipendio, contro il tradizionale 30%. La misura vale per i genitori lavoratori dipendenti e mira a favorire una maggiore condivisione della cura familiare.
Resta inoltre in vigore il diritto al congedo parentale fino ai 12 anni del figlio, con tutela contro licenziamenti e discriminazioni sul lavoro.
Sul fronte economico, una delle misure più discusse è il cosiddetto “Bonus mamme”, introdotto con la Legge di Bilancio 2024 e poi modificato nel 2025. Attualmente prevede agevolazioni contributive e un’integrazione economica per le lavoratrici madri con due o più figli e redditi inferiori a 40mila euro annui.
Tuttavia, sindacati e associazioni sottolineano come gli interventi restino insufficienti rispetto ai problemi strutturali: salari più bassi, precarietà, carenza di asili nido e difficoltà nel conciliare tempi di vita e lavoro. In molte realtà italiane, soprattutto nel Mezzogiorno, diventare madre continua ancora oggi a significare rinunciare alla carriera o all’indipendenza economica.












