Ottant’anni fa gli italiani furono chiamati a decidere il futuro istituzionale del Paese. Il 2 giugno 1946, dopo oltre vent’anni di dittatura fascista e di assenza di consultazioni democratiche, gli elettori si recarono alle urne per scegliere tra monarchia e repubblica. Per la prima volta nella storia nazionale parteciparono al voto anche le donne.
In provincia di Salerno la campagna referendaria fu particolarmente accesa. I sostenitori delle due opposte visioni dello Stato si affrontarono in una competizione politica intensa, fatta di manifestazioni, comizi e una costante mobilitazione sui territori. A ricordare quel clima fu l’avvocato Antonio Petillo, esponente socialista e repubblicano dell’epoca, che nelle sue memorie descrisse una realtà in cui gli oppositori della monarchia erano numericamente limitati ma estremamente combattivi. «Erano pochi, in verità a Salerno, a gridare contro il re di maggio, ma urlavano così forte da sembrare più numerosi degli altri. L’aria si fece presto infuocata», scrisse.
Petillo ricordò anche la consapevolezza di appartenere a una minoranza politica: «Quanto più ci contavamo, più ci trovavamo in pochi. Ma dovevamo continuare. Ormai non potevamo più credere nel fascismo e nella monarchia, l’aquila imperiale si era rivelata un uccellaccio grottesco; dovevamo credere in un mondo diverso e migliore».
Durante le settimane che precedettero il voto, l’attività dei repubblicani fu incessante. In tutta la provincia si organizzarono incontri pubblici e comizi. A Teggiano, secondo il racconto di Petillo, a Pietro Amendola del Partito Comunista venne impedito di parlare. Un gruppo di contadini, istigati dal vescovo locale, circondò la sua automobile minacciando di danneggiarla con zappe e coltelli da potatura, costringendolo a rinunciare all’iniziativa.
Di notte, intanto, militanti monarchici e repubblicani affiggevano manifesti e slogan sui muri dei paesi. Tra gli appuntamenti più significativi della campagna elettorale, Petillo ricordava il grande comizio tenuto a Salerno da Pietro Nenni, seguito da un lungo corteo che attraversò via dei Principati fino al mare. «Una fiumana di gente» composta da operai, contadini del Cilento e professionisti, accompagnata da bandiere tricolori e vessilli rossi.
Lo scrutinio confermò però il netto predominio monarchico nel territorio salernitano. Su 352.174 voti validi espressi nella provincia, ben 264.721 furono attribuiti alla monarchia contro gli 87.453 raccolti dalla Repubblica. I voti non validi furono 23.951, mentre le schede bianche risultarono 14.864. Nei comuni di Novi Velia, Romagnano al Monte e Serramezzana non venne registrata alcuna scheda bianca.
Anche il capoluogo confermò la prevalenza monarchica con 30.152 preferenze contro 9.017 voti repubblicani. Nel complesso, la provincia di Salerno si collocò tra le realtà più favorevoli alla monarchia dell’intero Mezzogiorno.
La Repubblica riuscì ad affermarsi soltanto in otto comuni su 153. Il risultato più sorprendente arrivò dal Cilento, dove Pisciotta registrò una delle percentuali repubblicane più elevate dell’Italia meridionale. Su 1.833 votanti, ben 1.617 scelsero la Repubblica, pari all’88%, mentre la monarchia si fermò a 216 voti.
Percentuali favorevoli alla Repubblica si registrarono anche a San Gregorio Magno, con il 72% dei consensi (1.606 voti contro 641), Controne con il 67% (486 contro 241), Rutino con il 65% (529 contro 286), Colliano con il 60% (1.037 contro 680), Torchiara con il 58% (835 contro 608), Albanella e Giungano con il 54% rispettivamente (1.193 contro 994 e 291 contro 253) e Valle dell’Angelo con il 51%, dove bastarono appena due voti di differenza: 204 contro 202.
Particolarmente equilibrato anche il risultato di Sanza, dove la monarchia prevalse di misura con 639 voti contro i 616 ottenuti dalla Repubblica.
Nei comuni a maggioranza repubblicana, le elezioni per l’Assemblea Costituente premiarono prevalentemente formazioni repubblicane, socialiste e democratiche. A Pisciotta risultò primo partito l’Unione Democratica Nazionale con 865 voti, davanti alla Democrazia Cristiana con 527 e all’Uomo Qualunque con 84. A San Gregorio Magno il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria raccolse 520 voti, seguito dal Partito d’Azione con 397 e dal Partito Comunista con 325.
A Controne il Partito Repubblicano Italiano ottenne 290 voti, precedendo la Democrazia Cristiana con 77 e il PSIUP con 59. A Rutino il Partito Repubblicano conquistò 208 preferenze, la Democrazia Cristiana 130 e l’Unione Democratica Nazionale 110.
A Colliano prevalse la Democrazia Cristiana con 467 voti, seguita dal PSIUP con 221 e dall’Unione Democratica del Lavoro con 212. A Torchiara il primo partito fu ancora il Partito Repubblicano con 340 voti, davanti al PSIUP con 234 e alla Democrazia Cristiana con 183.
Ad Albanella l’Unione Democratica del Lavoro raccolse 467 voti, il Partito d’Azione 436 e la Democrazia Cristiana 247. A Giungano l’Unione Democratica Nazionale ottenne 117 preferenze, seguita dalla Democrazia Cristiana con 84 e dal PSIUP con 61. A Valle dell’Angelo, infine, l’Unione Democratica Nazionale conquistò 129 voti, il Partito Democratico del Lavoro 70 e l’Uomo Qualunque 55.
I casi dei comuni meridionali che si schierarono per la Repubblica sono stati recentemente approfonditi nel volume “Il Sud che votò per la Repubblica” di Francesco Florenzano (Edup, Roma, 2026, 600 pagine, 28 euro).
In molte aree della provincia scegliere la Repubblica significò andare contro gli orientamenti prevalenti di agrari, latifondisti, proprietari terrieri e gerarchie ecclesiastiche. In alcuni centri i sostenitori della nuova forma istituzionale furono pochissimi: appena cinque a Serramezzana, sedici a Cuccaro Vetere, ventuno ad Alfano, ventiquattro a San Mauro Cilento e ventisette a Conca dei Marini.
A livello nazionale, tuttavia, il peso dei voti provenienti dalle regioni del Centro-Nord risultò determinante. Già dal 4 giugno la stampa iniziò a dare per probabile la vittoria della Repubblica. Il 6 giugno i membri della famiglia Savoia, ad eccezione del re, lasciarono l’Italia. La proclamazione ufficiale prevista per l’8 giugno venne rinviata in seguito a un ricorso monarchico.
Il 9 giugno si svolsero manifestazioni popolari in numerose città italiane per celebrare la nascita della Repubblica. L’11 giugno, alle 18.15, nella Sala della Lupa di Montecitorio, il presidente della Corte di Cassazione Giuseppe Pagano comunicò i risultati parziali: 12.672.767 voti alla Repubblica contro 10.668.905 alla monarchia, con ancora 118 sezioni da scrutinare.
La proclamazione definitiva arrivò il 18 giugno 1946, sempre nella Sala della Lupa. Il risultato conclusivo assegnò alla Repubblica 12.717.923 voti e alla monarchia 10.719.284. Le schede nulle furono 1.498.123. Con quel verdetto si concluse la storia della monarchia italiana e nacque ufficialmente la Repubblica.
Tra gli 87.453 salernitani che votarono per la Repubblica vi furono uomini e donne che contribuirono a chiudere definitivamente la stagione monarchica e ad avviare una nuova fase della storia nazionale dopo gli anni del fascismo, della guerra e della dittatura.












