La riforma avrebbe dovuto entrare in vigore il 25 agosto 2026. Un decreto-legge ha però rinviato la nuova disciplina al 28 febbraio 2027. Al centro c’è una modifica importante: per decidere sulla custodia cautelare in carcere non sarà più sufficiente un solo GIP, ma servirà un collegio di tre magistrati. Una scelta pensata per rafforzare le garanzie, ma che pone anche seri problemi organizzativi.
Il 25 agosto 2026 avrebbe dovuto segnare una piccola rivoluzione nel processo penale italiano. Da quella data, infatti, sarebbe dovuta diventare operativa la norma che affida a un GIP in composizione collegiale, cioè formato da tre magistrati, la decisione sulla custodia cautelare in carcere.
La novità era stata introdotta dalla legge 9 agosto 2024, n. 114, conosciuta come legge Nordio. La stessa legge aveva previsto un periodo di due anni prima dell’entrata in vigore della nuova disciplina, proprio per consentire agli uffici giudiziari di organizzarsi.
Nel frattempo, però, è arrivato un nuovo rinvio. Il decreto-legge 12 giugno 2026, n. 100, all’articolo 3, ha spostato l’entrata in vigore della disciplina al 28 febbraio 2027. Il Ministero della Giustizia ha spiegato che la proroga serve a completare le attività organizzative e le procedure necessarie per la copertura degli organici.
Che cosa cambia?
Oggi la decisione sulla richiesta del pubblico ministero di applicare la custodia cautelare in carcere spetta al giudice per le indagini preliminari, il GIP. Con la riforma, nei casi previsti dalla nuova disciplina, la decisione passerà invece a tre magistrati.
La modifica è contenuta nel nuovo comma 1-quinquies dell’articolo 328 del codice di procedura penale, secondo cui il GIP decide in composizione collegiale sull’applicazione della custodia cautelare in carcere.
Non si tratta quindi di una semplice modifica organizzativa. La decisione di privare una persona della libertà prima che sia pronunciata una sentenza definitiva viene sottoposta a un controllo collegiale, con l’obiettivo di rafforzare le garanzie e rendere più ponderata una misura particolarmente invasiva.
La custodia cautelare, infatti, non rappresenta una pena: viene applicata durante il procedimento quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge. Il principio costituzionale della presunzione di non colpevolezza impone che una persona non venga considerata colpevole prima della condanna definitiva.
Perché il passaggio da uno a tre giudici crea problemi?
La questione più delicata riguarda le risorse disponibili.
Per decidere su una singola richiesta di custodia in carcere non sarà più sufficiente un magistrato: dovranno essere coinvolti tre giudici. Questo significa che gli uffici GIP dovranno destinare più magistrati a queste attività, con possibili conseguenze sull’organizzazione complessiva dei tribunali.
Il problema diventa ancora più complesso a causa delle incompatibilità. Un magistrato che ha partecipato a una determinata decisione può trovarsi nell’impossibilità di occuparsi successivamente dello stesso procedimento in altre fasi. L’Associazione Nazionale Magistrati ha evidenziato che questo effetto potrebbe essere particolarmente problematico negli uffici piccoli e medi, dove il numero di magistrati è limitato.
A lanciare un allarme particolarmente netto era stata Ezia Maccora, presidente dei GIP del Tribunale di Milano, secondo cui l’entrata in vigore della riforma con risorse invariate avrebbe potuto provocare gravi problemi al funzionamento della giustizia penale. Anche la Procura generale della Cassazione aveva segnalato possibili difficoltà soprattutto negli uffici giudiziari di medie e piccole dimensioni.
Una riforma tra garanzie ed efficienza
Il rinvio al 2027 mostra quindi il difficile equilibrio tra due esigenze entrambe importanti.
Da una parte c’è la tutela della libertà personale. Affidare la decisione a tre giudici invece che a uno può essere letto come un rafforzamento delle garanzie per chi è sottoposto a un procedimento penale.
Dall’altra c’è la necessità di assicurare che i tribunali siano in grado di funzionare senza ritardi. Se mancano magistrati sufficienti, aumentare il numero di giudici necessari per una singola decisione può produrre effetti sull’intero sistema: dalla gestione delle misure cautelari alle udienze preliminari, fino alle successive fasi del processo.
È proprio questa la ragione per cui il legislatore ha scelto di rinviare nuovamente l’entrata in vigore. Il Ministero della Giustizia ha collegato esplicitamente la proroga alla necessità di completare le procedure di copertura degli organici e di adeguare l’organizzazione degli uffici.
Cosa succederà il 28 febbraio 2027?
Salvo ulteriori modifiche legislative, dal 28 febbraio 2027 entreranno in vigore le disposizioni della legge Nordio relative al GIP collegiale.
La domanda, però, non riguarda soltanto il calendario. Il vero punto sarà capire se entro quella data gli uffici giudiziari avranno le risorse necessarie per applicare la riforma senza compromettere la durata e l’efficienza dei procedimenti.
Il caso del GIP collegiale dimostra così quanto sia difficile riformare la giustizia soltanto attraverso una modifica delle norme. Una nuova garanzia processuale può funzionare davvero soltanto se esistono anche magistrati, personale e strutture sufficienti per renderla concreta.
La sfida dei prossimi mesi sarà quindi trovare un equilibrio tra due principi fondamentali: garantire maggiormente i diritti di chi è sottoposto a un procedimento penale e, allo stesso tempo, assicurare che la giustizia continui a funzionare in tempi ragionevoli.












